Spazzacorroti va al Senato

Ieri, 22 novembre, è stata approvata alla camera la legge Spazzacorrotti. Una legge frutto della riforma proposta dal Ministro Bonafede, una misura che il nostro Paese aspetta da più di vent’anni ma che, con gli altri governi, non sarebbe mai arrivata. Perché è difficile far scrivere una legge contro i corrotti ai corrotti.

Si cambia registro, la palla adesso passa al senato per correggere “l’incidente di percorso” ed eliminare l’emendamento sul peculato, ed entro la fine di dicembre l’approvazione finale.

• Trasparenza e controllo sui partiti, in modo tale che ogni cittadino sappia chi finanzia la campagna elettorale;
• Stop alla prescrizione;
• Daspo per i corrotti e i corruttori, fino ad un massimo di 5 anni, e daspo a vita per i corrotti condannati a più di due anni di reclusione;
• Agenti provocatori nella pubblica amministrazione;
• Le società che saranno coinvolte in reati contro la PA avranno sanzioni per un periodo più lungo, cioè per una durata non inferiore a 4 anni;
• I beni confiscati ai corrotti con la condanna di primo grado potranno essere trattenuti dallo Stato anche in caso di prescrizione o di amnistia

Questi alcuni dei punti chiave della riforma.

Ieri chi intascava mazzette tornava in ufficio il giorno dopo, chi corrompeva sapeva di aver un ampio margine di libertà, chi si pentiva non era aiutato perché lo Stato non dava sicurezza. Oggi, con il Governo del Cambiamento, non sarà più così.

Lavoriamo giorno e notte per rimanere al fianco dei cittadini. Continueremo così affinché questo Paese abbia il lustro che si merita.

Buone Feste!

Siamo alla fine di un altro anno e vicinissimi al termine naturale della 17ª legislatura…posso dirvi, che sono stati 5 anni molto intensi e molto veloci!

Ho avuto la fortuna, anche grazie a tutti voi di potermi mettere a disposizione del popolo italiano e credo di aver rispettato la costituzione adempiendo il mio compito con disciplina e onore, è stata sicuramente un’esperienza bellissima.

Ne Approfitto quindi per fare gli auguri a tutti e per ringraziare le tantissime persone che in questi anni mi sono state vicine, mi hanno aiutato e mi hanno supportato nella mia attività, senza avere doppi fini, senza cercare di perseguire beceri interessi personali.

Infatti “Solo i buoni sentimenti possono unirci;

l’interesse non ha mai forgiato delle unioni durature”. come diceva un noto filosofo…

Grazie quindi a tutto il movimentato 5 stelle. Per movimento 5 stelle non intendo solo i portavoce, ma tutte le persone che compongono questa grandissima famiglia!!

Ovviamente di strada da fare ce n’è ancora tanta, ma sono convinto che passo dopo passo riusciremo a portare avanti il cambiamento da noi tanto auspicato! I grandi cambiamenti non nascono solo da grandi imprese, ma anche da piccoli gesti quotidiani. Il nostro comportamento nella quotidianità porta informazione e aiuta a far crescere altri. Ognuno di noi ha infatti la possibilità e il dovere di provare a migliorare la società e sono i comportamenti di ogni giorno che la cambiano, le nostre scelte consapevoli che possono modificare la politica, l’economia, la cultura, ecc.

È quindi con viva e vibrante soddisfazione 😂 che vi lascio i miei migliori auguri di buone feste!!!

Ferrovia Alba-Asti: la non risposta del governo al mio Question Time

Oggi, dopo numerosi solleciti, finalmente il Governo, nella persona del Sottosegretario delegato Umberto Del Basso De Caro, è venuto a rispondere ad una mia interrogazione in merito alla riattivazione della storica linea ferroviaria Asti Alba. La mia domanda molto semplice era rivolta a capire quali iniziative il Governo intendesse intraprendere per sostenere la regione Piemonte nell’immediata riattivazione della linea ferroviaria Asti-Alba e delle altre insistenti nel perimetro dei Paesaggi vitivinicoli del Piemonte delle Langhe-Roero e Monferrato, patrimonio mondiale Unesco, quali l’altrettanto storica e strategica linea ferroviaria Alessandria- Nizza Monferrato – Castagnole delle Lanze – Alba.

Più chiaro di così si muore: il Governo intende intraprendere delle iniziative per la riapertura di queste linee. Se si! Quali?

Ebbene! Avete tutti modo di leggere la risposta del Governo qui. Il Sottosegretario è venuto a dirci che l’acqua se riscaldata diventa calda ossia che “il ripristino della linea comporterebbe l’assunzione dell’onere da parte dello Stato delle risorse per la realizzazione delle opere infrastrutturali e per la loro successiva manutenzione, sia ordinaria che straordinaria, da trasferire al gestore attraverso gli strumenti dei Contratti di Programma.” Insomma: la scoperta dell’acqua calda. Invece di dirci cosa intendesse fare per la valorizzazione di una importante linea ferroviaria che attraversa siti patrimonio dell’umanità è venuto a raccontarci lo stato in cui versa la ferrovia, ormai dal 2010 in totale stato di abbandono, e quali interventi infrastrutturali occorrono per il ripristino della galleria Ghersi. Tutte cose note e stranote.

La mia risposta a questa ennesima presa in giro non è mancata. Ho ricordato al sottosegretario che il Governo deve dimostrare con i fatti la volontà di sostenere il trasporto ferroviario che è la modalità di trasporto più efficiente, meno inquinante, più sicura e col minore impatto sul territorio esistente. Invece noi assistiamo da anni a politiche della mobilità tutte incentrate sul trasporto su gomma che rappresenta la più inquinante, energivora e pericolosa modalità di trasporto esistente. Non si riescono a trovare 12 milioni di euro per rendere agibile la galleria Ghersi  quando si pagano milioni di euro per acquistare quote di CO2 da altri Paesi per regolarizzare la nostra posizione in merito ai livelli di emissione consentiti dal protocollo di Kyoto che proprio incentivando il trasporto ferroviario potremmo evitare di pagare. Per non parlare dei miliardi di euro che il Governo spende in progetti faraonici e di inutili, come l’Alta Velocità del Terzo Valico considerata inutile dalle stesse ferrovie dello Stato, mentre si lasciano morire linee ferroviarie storiche e strategiche quali la Asti Alba, la Alessandria- Nizza Monferrato e la Castagnole delle Lanze – Alba che mettono in collegamento paesaggi unici che ci invidiano in tutto il mondo e le cui riattivazioni rappresenterebbero un importante volano economico per questi territori segnati duramente dalla crisi.

Per tutte queste ragioni non potevo essere assolutamente soddisfatto della risposta del Governo che prima va a casa meglio è per tutti.

Riapriamo la ferrovia Asti-Alba

Oggi insieme ad Ivano Martinetti, capogruppo del M5S di Alba, ho presentato alla stampa locale la risoluzione da me depositata alla Camera dei Deputati per chiedere il ripristino del collegamento ferroviario tra Alba ed Asti.
L’utilità per studenti e lavoratori pendolari è indubbia, lo dimostrano i dati di traffico quando la linea era ancora operativa al 100%.
È assurdo che non ci sia un collegamento con mezzi pubblici adeguati, visto che Asti ed Alba condividono sempre più servizi essenziali quali ad esempio l’ospedale e il tribunale.  Inoltre questa tratta potrebbe essere un comodo servizio per i turisti, sempre più numerosi in seguito al riconoscimento delle colline del vino di Langhe­, Roero e Monferrato quali patrimonio mondiale dell’umanità da parte dell’Unesco quindi si aprirebbero anche interessanti scenari per lo sviluppo di treni panoramici.
Tra l’altro voglio ricordare che nella presentazione della candidatura all’Unesco, era indicato con chiarezza, la presenza di una articolata linea ferroviaria in grado di agevolare la mobilità di residenti e turisti.

Purtroppo invece, si sente parlare di assurde ed irrealizzabili proposte, come quella per la conversione in pista ciclabile, proposta che arriva tra l’altro da un area politica da sempre molto disattenta a queste tematiche, cosa che ci fa venire il sospetto che sotto alla riconversione della ferrovia, in realtà si nasconda qualche altro interesse!

La linea è ancora armata e in buono stato di conservazione e facilmente riattivatile, per questo chiediamo di riaprire subito la tratta tra Asti e Neive, e di far partire  i lavori di ripristino della galleria del Ghersi  e tornare ad offrire il servizio fino ad Alba.
Per questi motivi ho presentato una risoluzione in IX commissione alla Camera, che chiede di finanziare i lavori straordinari per il completo ripristino di tutta la linea.

A latere ho incontrato il sindaco di Alba, Maurizio Alfredo Marello che si è dimostrato molto disponibile e interessato a questa tematica  in quanto è considerata una priorità per molti Albesi residenti e un comodo servizio per i sempre più numerosi turisti.

P.S.
Ovviamente non siamo contrari a una pista ciclabile, ma esistono già valide alternative lungo il fiume Tanaro.

Paolo Romano ferrovia Asti Alba

da sinistra: Paolo Romano, Maurizio Marello, Ivano Martinetti

 

 

 

Enav: Governo come i grandi evasori con la controllata in Delaware

È scandaloso che il governo, attraverso una sua partecipata, favorisca operazioni industriali opache, da cui scaturiscono messaggi poco edificanti sul fronte della lotta alla grande evasione internazionale.

Il M5S lo denuncia da mesi e ieri, ho incalzato Roberta Neri, A.D. di Enav, in audizione a Montecitorio sulla creazione di Enav North Atlantic Llc, una controllata con sede nel paradiso fiscale Usa del Delaware.

Non abbiamo avuto risposte esaurienti, al di là di ciò che si legge sui giornali, sulla missione di questa nuova società. Né sugli amministratori e nemmeno su eventuali azionisti che potrebbero subentrare accanto a Enav.

Per quanto riguarda l’Ipo e la parziale privatizzazione da circa un miliardo, è ovvio che noi siamo contrari a dismissioni che hanno benefici nulli per il debito. Peraltro anche i nostri apparati di sicurezza si sono schierati in senso negativo.
Si svende una società in salute, con ottimi margini, che fa utili e che gira lauti dividendi allo Stato. Tutto il contrario di ciò che una sana politica industriale dovrebbe fare sulle partecipazioni pubbliche.

Paolo Romano, Paolo Nicolò Romano, M5S,

Scorporo rete Telecom Italia, dichiarazione di voto e votazione

Deputato Presidente, deputati colleghi, esponente del Governo,

il Presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, l’altro ieri durante una conferenza stampa ha dichiarato che: “la soluzione ottimale del processo di ammodernamento delle infrastrutture di telecomunicazioni sarebbe quella della creazione di un operatore delle reti non verticalmente integrato. Aggiungendo, inoltre, che gli: “altri scenari, quali quelli in cui la struttura del mercato venisse a riorganizzarsi solo sulla figura dell’operatore incumbent verticalmente integrato [Telecom Italia] o nei quali emergessero forme di co-investimento da parte di una pluralità degli operatori del settore, dovrebbero essere attentamente vagliati dal punto di vista antitrust, al fine di garantire che l’assetto del mercato non risulti compromesso dal punto di vista concorrenziale.” Quindi il modello ideale di governance della infrastruttura di rete prospettata dall’Antitrust è la stessa avanzata nella nostra Mozione e che il Governo, complice il silenzio assordante dei media, ha cassato non per motivazioni tecniche o economiche, ma esclusivamente per ragioni politiche, perché nessuno ignora in quest’Aula i forti interessi di un importante azienda privata nel nostro Paese, come Mediaset, nei confronti di Telecom Italia! Il calo di fatturato pubblicitario va compensato con la pay tv e, quindi, con l’offerta digitale di nuovi contenuti. Il possesso dell’infrastruttura di rete diventa, pertanto, per Mediaset la strada obbligata per il mantenimento del monopolio dell’informazione e della produzione e distribuzione di contenuti audiovisivi, che oggi solo i nuovi canali digitali possono garantire. Per questo il Governo Renzi-Berlusconi deve assolutamente impedire lo scorporo della rete Telecom e, quindi, la costituzione di una società a maggioranza pubblica che controlli la nostra infrastrutture di rete e che operi per la diffusione della fibra ottica nel nostro Paese. Non importa che in Italia la quota di utenze raggiunte dalla fibra è pari al 2 per cento contro una media europea del 6 per cento. Non importa che il Paese ha un tasso di disoccupazione giovanile al 44%, esattamente il doppio della media europea, perché è venuto meno lo sviluppo del settore dell’Information and Communication Technology (ITC), dove i giovani sono naturalmente più portati. Qui occorre fare gli interessi di un’azienda. L’abbiamo visto negli ultimi vent’anni e lo vediamo oggi. Nulla è cambiato!

Questo spiega la contrarietà del Governo alla nostra Mozione sulla separazione societaria della infrastruttura della rete di telecomunicazione e la sintonia delle posizioni espresse dai colleghi del PD e di FI, il 10 novembre u.s., durante la discussione sulle linee generali. Mentre il collega del PD, il deputato Sergio Boccadutri, ha messo le mani avanti dicendo che Telecom Italia è un’azienda ormai condannata e che, quindi, con lo scorporo rischiamo di prenderci una rete obsoleta che ha gli anni contati, il collega di Forza Italia, il deputato Rocco Palese, sceso sicuramente da un altro pianeta, candidamente dichiarava in quest’Aula che nel nostro Paese non esiste nessun problema di digital divide, poiché le attuali società private di telecomunicazioni si stanno impegnando fortemente negli investimenti nella rete fissa. Un gioco di squadra perfetto. Dico innanzitutto a Boccadutri che Telecom Italia non è un’azienda morta, non ha gli anni contati! La sua rete costruita con denaro pubblico e con il sacrificio degli italiani ha ancora grandi potenziali di sviluppo! Pertanto non corrisponde al vero che il cosiddetto ultimo miglio è da rottamare. Anzi! Con l’impiego di tecnologia G.Fast potremmo, tramite l’ultimo miglio in rame, raggiungere velocità dell’ordine del Gbit che per le utenze private di tipo domestico superano di gran lunga il fabbisogno minimo richiesto. Non è vero che solo il 36 per cento della rete in rame è utilizzabile, perché siamo nell’ordine del 60/70 per cento. La stessa Telecom Italia stima che la percentuale di riutilizzo della rete in rame per le connessioni superveloci sia nell’ordine del 45% nelle città  e del 60-65%  nelle periferie. Certo l’evoluzione della tecnologia del rame terminerà ma fra i prossimi 30 anni e non nei prossimi 10 anni come sostiene il deputato Boccadutri, condannando a morte un’azienda come Telecom Italia che ha viceversa grandi potenzialità di sviluppo se fosse adeguatamente ricapitalizzata.

In merito all’alieno Rocco Palese. Si! Effettivamente i privati investono. Ma dove? Nel nostro Paese ci sono aree profittevoli dove c’è offerta di banda larga ed aree, la stragrande maggioranza, dove non è presente nessun operatore, perché non hanno interesse ad investire, anche con tutti gli incentivi fiscali e i piani strategici che volete!!! I dati parlano chiaro: nel 2013 appena 150 città erano interessate da investimenti privati. Il risultato è che a marzo 2014 solo 310 mila famiglie erano allacciate alla fibra. La verità è che nelle reti fisse gli investimenti sono anemici e anche i recenti incentivi fiscali, previsti nello <<Sfascia Italia>>, poco incideranno. Se un operatore non ha piani di investimenti in fibra, perché non remunerativi, non cambierà certo idea solo grazie al credito di imposta. Inoltre: anche quei pochi operatori interessati dovranno aspettare i decreti attuativi, che ben che vada vedranno la luce fra qualche anno. Siamo ancora in attesa dei decreti attuativi sull’agenda digitale del Governo Monti. Per non parlare del pseudo Piano Strategico per la Crescita Digitale 2014-2020, in consultazione pubblica dal 20 novembre u.s., l’ennesimo di una lunga serie di Piani utili al Governo solo per gettare fumo negli occhi a cittadini e imprese.

Mi rammarico nel constatare che nessuno in quest’Aula, e questo è in particolare grave per il Governo!, ha posto un “piccolo” problema: la sicurezza nazionale! L’attuale Governo ci deve spiegare allora perché l’ex Governo Letta, ricordo sostenuto da Partito Democratico e Popolo delle Illibertà, alla notizia della scalata di Telefonica in Telecom Italia emanò il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (dpcm) n. 129 del 2013 che prevedeva l’inclusione nelle attività di rilevanza strategica per la sicurezza e la difesa nazionale anche delle reti e degli impianti utilizzati per la fornitura dell’accesso agli utenti finali dei servizi rientranti negli obblighi del servizio universale e dei servizi della banda larga e ultralarga! Perché lo fece signor Ministro? Perché il Copasir lanciò l’allarme sulla possibilità di una violazione delle nostre informazioni sensibili da parte di un gruppo industriale straniero. Allora ci chiediamo: come mai il fattore sicurezza e difesa nazionale ha rappresentato un motivo di intervento per il precedente Governo Letta mentre di colpo per il Governo Renzi cessa di rappresentare un problema? Come mai?

L’infrastruttura di rete è un bene strategico per un Paese, appunto per le informazioni sensibili che vi transitano: dati vitali per la nostra sicurezza personale e nazionale. Per questa ragione l’infrastruttura di rete non può appartenere a nessun soggetto privato! Deve appartenere allo Stato!!!

Assente nei vostri ragionamenti anche la questione centrale di una governance della rete, stretta nelle morse della logica del profitto degli operatori di telecomunicazione privati e delle dinamiche istituzionali dei diversi livelli decisionali, con il rischio di una frammentazione delle politiche pubbliche con ogni Regione che va per conto proprio o che utilizzino i fondi europei per altre priorità. Occorre, invece, avere una governance unica nazionale che ottimizzi gli investimenti evitando sovrapposizioni e aree scoperte e, cosa ancora più importante, garantisca tempi certi di realizzazione visto il nostro enorme ritardo accumulato. “Credo che l’Italia debba essere capace di investire sull’agenda digitale e la banda larga. Dobbiamo smettere di parlarne e fare convegni, e portare avanti le scelte centralizzando gli investimenti.” Sono dichiarazioni di Renzi! Bene unifichiamo e centralizziamo questi investimenti! Con la nostra Mozione chiediamo proprio questo! Che il Governo eserciti la sua piena leadership per far diventare la trasformazione digitale del Paese una priorità nazionale, con un’unica società della rete dove pubblico e privato possano insieme stabilire le priorità, senza più frammentazioni e competizione sfrenata al ribasso!!!

Mi avvio verso le conclusioni sintetizzando nuovamente le ragioni per cui è necessario e urgente sostenere lo scorporo della rete Telecom e la sua ripubblicizzazione.

In primo luogo perché la rete sarebbe messa in sicurezza, eliminando alla radice qualsiasi pericolo di azioni predatorie da parte di operatori esteri o gruppi azionari audaci.

In secondo luogo perché lo Stato entrerebbe direttamente nel controllo della rete attraverso investimenti diretti, ormai da tutti considerati come l’extrema ratio per il raggiungimento degli obiettivi europei dell’agenda digitale 2020.

In terzo luogo perché si favorirebbe una maggiore competitività nei servizi per la parità di accesso alla rete, in quanto Telecom Italia Servizi accederebbe a parità di condizioni come tutti gli altri operatori di telefonia senza più abusare della sua posizione di incubement.

In quarto luogo perché l’impatto occupazionale ne avrebbe giovamento. Telecom Italia oltre ad essere “gestore della rete” diventerebbe anche “gestore di servizi innovativi” come la telemedicina, teleassistenza, domotica, videosorveglianza, teledidattica, applicazioni di logistica, infomobilità ecc., precondizione questa essenziale per aumentare considerevolmente il numero dei lavoratori in Italia nel settore dell’ITC.

Per tutti questi motivi chiedo a quest’Aula di mettere da parte le appartenenze politiche e di votare, per il bene del nostro Paese, favorevolmente e convintamente la nostra Mozione. Grazie

Quadro sinottico della votazione sulla mozione 1-00515 sullo scorporo della rete di Telecomunicazione

Quadro sinottico della votazione sulla mozione 1-00515 sullo scorporo della rete di Telecomunicazione

Pierino, raccontaci la barzelletta in cui un tizio ruba 10 milioni di euro e la fa franca!

i-grandi-colpi-della-banda-ATC Pierino SantoroPierino era il nome del bambino terribile, protagonista di migliaia di barzellette in cui si faceva beffe di tutti. Un eroe solitario della burla.
Pierino è anche il nome del protagonista di questa storia, Pierino Santoro. E la nostra storia non è una barzelletta purtroppo.

Nel lontano luglio del 1998 il nostro eroe diventa Direttore amministrativo dell’ATC di Asti, ente la cui attività si può riassumere nella costruzione, assegnazione e successiva gestione degli immobili “ex case popolari” della provincia astigiana (oltre 1800 alloggi e più di mille locali diversi). Tutti i proventi, dalla riscossione degli affitti a quella delle spese condominiali confluivano nelle casse dell’A.T.C. Una cifra annua di tutto rispetto.
L’ATC ha, com’è naturale, un consiglio di amministrazione ed un collegio sindacale (Dal 1998 ad oggi se ne sono avvicendati tre di consigli di amministrazione). Sia il consiglio di amministrazione, sia quello sindacale hanno anche il compito di vigilare…
In particolare operava al vertice dell’ente l’ingegner Ubaldo Sabbioni, Direttore generale pro-tempore, tra i cui incarichi vi era anche quello di controllare l’operato di Pierino Santoro. Infatti l’ing. Sabbioni dott. Ubaldo dichiara al magistrato che, avendo piena fiducia nel nostro Pierino, non si preoccupava affatto di apporre la firma sui mandati di pagamento. Tale era la fiducia che il serafico dott. Sabbioni riponeva nel sig. Santoro, da preoccuparsi di inviare, come Direttore Generale dell’ente, una serie di lettere con cadenza mensile alla Tesoreria del San Paolo di Asti. In queste lettere ribadiva che tutti i mandati di pagamento firmati unicamente da Santoro erano da ritenersi validi anche se non c’era la firma del Direttore Generale, ovvero la sua.
Il primo gennaio 2014 il Consiglio di Amministrazione dell’A.T.C. delibera di nominare Pierino Santoro Direttore generale. Da quel giorno il sig. Pierino raduna nelle sue mani le cariche di Direttore Amministrativo e Direttore Generale, diventando di fatto controllore di se stesso.
Non dimentichiamoci poi che all’interno dell’ente vi è un ufficio di Ragioneria con capufficio contabile.
Insomma un ente ben strutturato con tutti i crismi della sicurezza, non manca proprio nulla.
A parte un piccolo dettaglio. Il controllo. Ma è comprensibile. Con tutti questi autorevoli signori controllare doveva sembrare superfluo, anzi maleducato.
Ci sarebbe da dar loro ragione se non fosse che siamo in Italia, paese devastato dalla corruzione. Nonché il paese dei galantuomini.
La fiducia è una cosa seria e si dà alle cose serie, ma ancor di più alle persone serie per parafrasare un vecchio slogan pubblicitario. Pierino Santoro era circondato di fiducia. E appare chiaro che ne ha approfittato largamente. Ma non appare altrettanto chiara una certa questione. Come mai i vari Consigli di Amministrazione che si sono succeduti negli anni, non hanno mai esercitato nessun tipo di controllo? Come mai neppure i vari collegi sindacali non hanno mai effettuato i controlli contabili? Controlli che stanno tra le loro mansioni.
Lo stesso Santoro spiega che tutto questo è un attimino inspiegabile. I revisori dei conti, quando facevano la rivista trimestrale della contabilità, si limitavano ad un esame superficiale.Nessuna domanda imbarazzante, nessun controllo sui conti postali, né un approfondimento serio sui dati inseriti nel bilancio. Lo stesso Santoro ammette che altrimenti tutto sarebbe balzato subito agli occhi. Eppure, ammette sempre il nostro signor Pierino, è probabile che qualcuno qualcosa avesse visto di strano, di opaco, che insomma si fosse accorto dei suoi illeciti prelievi. Ma non l’ha mai detto, conclude e sottolinea che lui non sa chi possa essere. Conclusione da usignolo muto che se si mette a cantare… come lui stesso fa intendere in conversazione privata.
Santoro non è uno sprovveduto signore a cui un flusso cospicuo di soldi ha dato improvvisamente alla testa. Ma persona che ha studiato diligentemente e con metodo il sistema per distogliere denaro e convogliarlo a suo piacimento perfezionando questo metodo negli anni.
Il sistema da lui costruito era stato costruito mattone su mattone (la metafora mi sembra d’obbligo trattandosi di edilizia popolare) perché potesse durare nel tempo. E si potrebbe azzardare il paragone ad un solido edificio del miglior cemento armato.Anche se alla fine qualche crepa è comparsa allargandosi fino a diventare una voragine. Dalla sua aveva la fiducia incondizionata del direttore Generale, ma aveva adottato pure, nelle segrete stanze degli uffici, atteggiamenti da duro. All’impiegato che faceva troppe domande risposta chiara e netta: farsi i fatti propri. Perché il Direttore era lui e pensava a tutto lui. Non vi ricorda un po’, anzi un po’ troppo, il direttore supremo di Fantozzi? Che tristezza! Difficile ridere. Vero? Eppure è accaduto.

Le cifre? 

Si parte quasi in sordina con il nostro signor Pierino che, preso con le mani nella marmellata, ammette, confessa, rivela di soffrire di crisi depressive da trent’anni, non si capacita. Era stato preso da una febbre dell’acquisto compulsivo, da bisogno irrefrenabile di spendere tutto per se stesso. Ed è subito pronto a restituire.

Quanto? Continua a leggere

Asti – 14 novembre 2014 – Evento dedicato all’uso di internet

811116987_12115978912363981719

La sicurezza su internet sarà l’argomento che animerà la serata. Interverranno e risponderanno alle vostre numerose domande: il deputato Paolo Nicolò Romano e l’eurodeputata Tiziana Beghin. Parteciperanno all’evento anche i consiglieri pentastellati: per la regione Paolo Mighetti e in rappresentanza del comune di Asti, Gabriele Zangirolami e Davide Giargia.

Non mancate, vi aspettiamo numerosi!

Per chi non potesse raggiungerci al Palazzo della Provincia di Asti, potrà seguirci in streaming seguendo questo link:

https://www.youtube.com/watch?v=g2vum8GoXno

Una rete Pubblica per lo sviluppo del paese

Il mio intervento in aula del 10/11/2014 per illustrare la mozione a mia prima firma che propone la creazione di una rete pubblica scorporando l’attuale rete di Telecom Italia.

Deputato Presidente, deputati colleghi, esponente del Governo,

nell’ultimo decennio, l’uso di internet ha raggiunto dimensioni tali che, la disponibilità di connessioni veloci e superveloci per un Paese è ormai una precondizione essenziale per la sua crescita economica e sociale.

Numerosi sono gli studi di autorevoli istituzioni internazionali, quali: OCSE – Banca Mondiale – Unesco, che evidenziano come gli investimenti in banda larga, abbiano effetti diretti e indiretti sulla crescita complessiva dei sistemi economici e sociali.

La Banca Mondiale, quantifica che una variazione di 10 punti percentuali della penetrazione della banda larga, possa generare una crescita del PIL dell’1,2% nei paesi sviluppati.

In virtù di queste considerazioni, la Commissione Europea, nell’ambito dell’Agenda Digitale, ha fissato una serie di target, per stimolare i Paesi membri alla realizzazione di nuove infrastrutture di telecomunicazione, ponendo l’obiettivo di conseguire entro il 2020, una copertura totale della connessione a 30 Mega bit per secondo (Mbps) e, per almeno il 50% della popolazione, di 100 Mbps.
Anche in Italia, numerosi sono gli studi volti a misurare l’impatto economico degli investimenti nella banda larga e ultra larga.

Una ricerca dell’Agcom, l’Authority preposta ad assicurare la corretta competizione degli operatori nel mercato delle telecomunicazioni, evidenzia chiaramente che, se la banda larga arrivasse al 60% delle famiglie e al 90% delle imprese, il potenziale per l’economia italiana sarebbe di un aumento del PIL, nella peggiore delle ipotesi, dell’1,2% e, nella migliore delle ipotesi addirittura del 12,2%.

Secondo questi importanti dati, è possibile constatare che, la realizzazione di reti di accesso a internet ad alta velocità, risulta allo stato attuale insoddisfacente.

Tale infrastruttura avrebbe potuto migliorare di molto le capacità di risposta del nostro Paese alla pesante crisi economica.

Come dimostrano gli indicatori sui progressi dell’Agenda digitale, siamo agli ultimi posti della classifica europea per penetrazione di banda.

L’accesso di nuova generazione, in grado di fornire almeno 30 Mbps è disponibile per il 21% della popolazione mentre la media europea si attesta al 62%.

Ma a sorprendere è la quota effettiva di connessioni ad alta velocità, pari almeno a 30 Mbps: siamo all’1% contro il 21% dei Paesi dell’Unione.

Inoltre a fine 2013, Bruxelles non ha rilevato alcuna connessione ultra-veloce, ovvero con velocità di almeno 100 Mbps.

Questi, sono i dati dell’ultimo rapporto europeo 2014 redatto dalla Unione Europea, sulla qualità della banda larga in Europa. In pratica siamo dietro a Paesi come Romania, Bulgaria o Cipro ed il gap digitale fra l’Italia ed i principali Paesi dell’Unione europea, continua ogni anno ad allargarsi.

Oltre al digital divide con l’Europa e il resto del mondo, persiste un ritardo digitale anche all’interno dei nostri confini, dove persistono intere aree ancora senza nessuna copertura. Il dato più emblematico è rappresentato da quel 45% di popolazione, che ancora non usa internet, anche perché milioni di unità abitative e produttive sono senza infrastrutture di rete. La situazione, inoltre, si presenta critica anche laddove le unità abitative e produttive sono raggiunte dalla connessione, in quanto la sua qualità è la peggiore in Europa. Secondo il rapporto Akami sullo stato di internet, del secondo trimestre 2014, l’Italia compare al 48º posto al mondo per velocità della connessione, ultimi nella graduatoria europea, poiché anche Romania, Cipro e Grecia ci superano.

Il Governo è pienamente consapevole di questa arretratezza, poiché la copertura nazionale della nostra rete infrastrutturale di telecomunicazioni è stata fotografata nel rapporto Caio, il team di esperti istituito dal precedente Governo Letta per fare luce sullo stato degli investimenti nella nostra rete.

Dal rapporto «Raggiungere gli obiettivi Europei 2020 della banda larga in Italia: prospettive e sfide», presentato il 30 gennaio 2014, si sostiene esplicitamente che l’obiettivo della totale copertura della rete con velocità a 30Mbps entro il 2020 è di impossibile realizzazione per una parte rilevante del Paese e, pertanto, si auspica, nelle conclusioni un ruolo attivo, vigile e continuo del Governo e quindi dello Stato, al fine del conseguire gli obiettivi europei, che altrimenti date le condizioni, rimarrebbero a rischio.

Posizione rafforzata dalla recente indagine conoscitiva “sulla concorrenza statica e dinamica nel mercato dei servizi di accesso e sulle prospettive di investimento nelle reti di telecomunicazioni a banda larga e ultra-larga”, realizzata congiuntamente da Antitrust-Agcom e resa pubblica due giorni fa, dove si arriva alla conclusione che per potenziare in Italia lo sviluppo delle reti fisse di nuova generazione è necessario un intervento pubblico visto che non è possibile contare sugli investimenti privati a causa degli alti costi irrecuperabili e della concorrenza che riduce ricavi e margini. Non solo! Le due Authority arrivano a sostenere che: “la realizzazione di un assetto di mercato caratterizzato dall’esistenza di un operatore di rete “puro”, non verticalmente integrato nella fornitura di servizi agli utenti finali, costituisce evidentemente lo scenario “ideale” sotto il profilo concorrenziale e più “lineare” dal punto di vista della regolamentazione.”

È di unanime condivisione che, l’inadeguatezza della nostra infrastruttura di rete rappresenta la causa principale della difficoltà del nostro Paese ad uscire da questa perdurante crisi economica e, questo è paradossale, considerando che l’Italia è stata per anni all’avanguardia nel mondo delle telecomunicazioni.

Infatti, Telecom Italia, prima della privatizzazione, era la più importante società di telecomunicazioni del mondo. Con 120.000 dipendenti solo in Italia, contava 30 partecipate estere, disponeva di un ingente ed innovativo patrimonio tecnologico e di conoscenze tali da essere stata la prima a portare sul mercato le carte prepagate.

Se non fosse stata privatizzata, sarebbe anche stata la prima in Europa a portare la fibra ottica in 20 milioni di abitazioni con il progetto «Socrate». Il suo debito, pari al 20% del fatturato, era assolutamente trascurabile. Con la privatizzazione avviata nel 1997 dal 1º Governo Prodi ad oggi, Telecom Italia è stata progressivamente depauperata delle proprie risorse umane, finanziarie e strumentali, per ripianare i cospicui debiti serviti per le sue scalate. Secondo stime di Asati, l’associazione dei piccoli azionisti di Telecom Italia, la privatizzazione è costata direttamente alla compagnia di bandiera 26 miliardi di euro, 70.000 posti di lavoro, la svendita del suo immenso patrimonio tecnologico ed immobiliare e, indirettamente, all’intero sistema Paese, costi economici e sociali inquantificabili per l’inadeguatezza della sua infrastruttura. Se oggi il nostro Paese ha una enorme difficoltà ad uscire dalla crisi economica, questo è dovuto alle scelte scellerate di chi ha voluto privatizzare un assett fondamentale per la nostra sicurezza e per il nostro sviluppo economico! Quanto successo a Telecom Italia grida vendetta! Come M5S abbiamo presentato una proposta di legge per istituire una Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla privatizzazione di Telecom Italia, perché vogliamo fare luce sulle responsabilità politiche ed imprenditoriali di uno degli scandali più vergognosi della nostra storia repubblicana. Vogliamo fare luce su quanti si sono arricchiti nel corso degli anni con la sua privatizzazione a debito, drenando miliardi di euro di risorse, svendendo il suo notevole patrimonio tecnologico ed immobiliare, indebitando enormemente l’azienda, causandone il suo depauperamento, e privandola così delle risorse economiche indispensabili per gli investimenti e per mantenere i necessari livelli occupazionali, ridotti ad appena 50 mila dipendenti a fronte di società omologhe europee che ne hanno almeno il doppio. Noi vogliamo che i responsabili politici ed imprenditoriali paghino per queste scelte dissennate! Per questo a nome di tutto il gruppo parlamentare del M5S esprimo pubblicamente la piena solidarietà a Maurizio Matteo Decina, giovane dirigente di Telecom Italia, che ha avuto il coraggio di denunciare questa scandalosa truffa a danno del Paese, scrivendo un libro dal significativo titolo “Goodbye Telecom” che si è visto costretto a ritirare per non incorrere in un lungo contenzioso legale contro Marco Tronchetti Provera, che ha chiesto un risarcimento danno monstre di 10 milioni di euro.

Questa è una vergogna! Pensavamo di essere in un Paese libero e invece siamo tornati alla censura! Ci sono alcuni temi tabù nel nostro Paese! Guai a scrivere sulla privatizzazione di Telecom Italia: scattano denunce milionarie! Noi del M5S non ci facciamo intimidire! Vogliamo vederci chiaro su chi ha causato lo scempio di Telecom Italia a danno dell’intero Paese. Vogliamo sapere: perché attualmente Telecom Italia è ancora gravata di un indebitamento netto pari a 28 miliardi di euro; perché gli investimenti finora assicurati da Telecom Italia si sono dimostrati insufficienti per garantire il raggiungimento degli obiettivi previsti dall’Agenda digitale europea; perché è stata consentita la presenza nel suo azionariato di gruppi stranieri concorrenti come Telefonica, la compagnia telefonica iberica, diretta concorrente sui mercati internazionali della stessa Telecom Italia. Si sapeva da anni che le strategie commerciali di Telefonica erano antitetiche a quelle di Telecom Italia, eppure, le si è concesso di prendere il controllo di fatto di una società strategica come Telecom Italia, a danno di assett remunerativi come Tim Brazil e Telecom Argentina che gli spagnoli hanno fatto di tutto per liberarsene. Ci chiediamo cosa succederebbe se in una compagnia spagnola o francese, come nel caso della subentrante Vivendi, dovessero esserci delle scalate nel capitale di gruppi finanziari arabi o cinesi? Non sono indiscrezioni di stampa quelle che circolano in merito ad un interessamento di Fondi arabi sulla nostra rete di telecomunicazioni. Il fatto stesso che circolano queste voci sono la dimostrazione lampante dell’incapacità dell’attuale assetto societario di garantire non solo politiche industriali efficaci, ma anche la stessa sicurezza della rete e delle informazioni che vi transitano. Internet è uno strumento indispensabile per la libertà di un popolo, perché consente l’espressione dei cittadini, l’accesso alle informazioni, alla istruzione, alla formazione, alla cultura e, non solo, speriamo presto, anche l’accesso ai servizi sanitari, fiscali, amministrativi e giudiziari. Internet è un fattore decisivo ai fini dello sviluppo e della crescita economica del Paese, poiché la quasi totalità della nostra economia si fonda sull’utilizzo della rete. Per queste ragioni economiche e di sicurezza nazionale occorre agire immediatamente per un ritorno della nostra infrastruttura di telecomunicazione in mano pubblica, attraverso lo scorporo ovvero la societarizzazione della rete, in modo da garantire sia gli investimenti necessari a raggiungere gli obiettivi dell’agenda digitale che l’equivalence of input, la parità di trattamento di tutti gli operatori del mercato, attualmente di difficile realizzazione come ha attestato la recente sentenza del Tar del Lazio dell’8 maggio 2014, che ha confermato la condanna a Telecom Italia per abuso di posizione dominante.
Lo scorporo, ovvero la separazione societaria della rete non contrasta con la Costituzione e la normativa nazionale ed europea. Non contrasta in primis con l’articolo 41 della Costituzione che pur stabilendo che «l’iniziativa economica privata è libera» questa non «può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.» Principio di utilità sociale rafforzato dall’articolo 43 della Costituzione che stabilisce che: «ai fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.» La nostra rete di telecomunicazioni, che possiede caratteristiche di monopolio naturale, è una risorsa strategica per il nostro Paese, poiché garantisce quei servizi pubblici essenziali e di enorme interesse generale, quali la libertà di comunicazione, l’accesso alla conoscenza, la competitività e la crescita economica delle imprese, che sono costituzionalmente sanciti.

Anche in ambito comunitario, non si evincono preclusioni alla separazione e ripubblicizzazione ex lege dell’infrastruttura di rete, in quanto l’articolo 36 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea, sancisce la tutela e il rispetto dell’accesso ai servizi di interesse economico generale, la cui individuazione rinvia alle legislazioni e prassi nazionali.

Inoltre, nell’ambito dei servizi di interesse economico generale, l’articolo 14 del Trattato che istituisce la Comunità europea, limita la regola della concorrenza preservando aree di intervento in via esclusiva dei poteri pubblici attraverso strumenti normativi, anche necessari ed urgenti come i decreti-legge.

L’articolo 86, paragrafo 2, del trattato della Comunità europea invece, sancisce che i servizi d’interesse generale sono sottoposti «alle norme di concorrenza, nei limiti in cui l’applicazione di tali norme non osti all’adempimento, in linea di diritto e di fatto, della specifica missione loro affidata» mentre, la neutralità rispetto al regime di proprietà, pubblica o privata delle imprese è sancito dall’articolo 295 del trattato CE.

Per quanto riguarda la normativa nazionale, lo Stato dispone di poteri speciali esercitabili dal Governo, cosiddetti golden power, stabiliti con decreto-legge n. 21 del 2012 recante «norme in materia di poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonché per le attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni». Questi poteri speciali, emanati recentemente dal Governo con i decreti attuativi, pubblicati nella Gazzetta Ufficiale del 6 giugno 2014, consistono nella possibilità di far valere il veto dell’Esecutivo alle delibere, agli atti e alle operazioni concernenti asset strategici, qualora essi diano luogo a minaccia di grave pregiudizio per gli interessi pubblici, relativi alla sicurezza e al funzionamento delle reti e degli impianti e alla continuità degli approvvigionamenti, ivi compresi le reti e gli impianti necessari ad assicurare l’approvvigionamento minimo e l’operatività dei servizi pubblici essenziali.

Inoltre, esiste anche la possibilità per l’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni, di procedere ai sensi dell’articolo 50-bis del Codice delle comunicazioni elettroniche, alla separazione funzionale involontaria, imponendo alle imprese verticalmente integrate, nel caso specifico Telecom Italia, la collocazione delle attività relative alla fornitura all’ingrosso di prodotti di accesso in un’entità commerciale operante in modo indipendente, questo se è dimostrata l’incapacità della stessa di garantire una efficace concorrenza, oppure una fornitura all’ingrosso di detti prodotti di accesso.

Ho già citato la recente sentenza del Tar del Lazio dell’8 maggio 2014 che condanna Telecom Italia per abuso di posizione dominante.
La separazione societaria della rete di accesso, oltre che rafforzare l’assetto concorrenziale del mercato a vantaggio dei cittadini, appare una precondizione per consentire l’ingresso di nuovi capitali nella costituenda società, in grado di sostenere gli investimenti necessari per l’ammodernamento della rete ed il passaggio alla fibra ottica, in linea con gli obiettivi fissati nell’Agenda digitale europea.

Per tale ragione, con la presente Mozione chiediamo al Governo di: provvedere, ricorrendo ad iniziative normative d’urgenza, al necessario e urgente scorporo, ovvero alla separazione societaria, della infrastruttura della rete di telecomunicazione mediante la costituzione di una società della rete a maggioranza pubblica;
a consentire nella nuova società l’ingresso anche di privati, in primis gli altri operatori di telecomunicazioni (OLO), favorendo la costituzione di una rete unica pubblico-privata, in modo da centralizzare la governance con una regia unica, che ottimizzi gli investimenti, evitando così sovrapposizioni e aree scoperte, in quanto non remunerative, e che garantisca tempi certi di realizzazione.

Chiediamo un modello di governance della nuova società della rete del tipo public company, in cui, oltre a riservare la maggioranza del capitale allo Stato, sia garantita un’adeguata rappresentanza nel CdA di dipendenti e azionisti di minoranza, così da attuare concretamente quanto sancito agli artt. 46 e 47 della nostra Carta Costituzionale, sulla partecipazione dei lavoratori nella gestione dell’impresa, e sull’azionariato diffuso che erano, tra l’altro, anche nelle intenzioni originarie del legislatore, nella iniziale privatizzazione di Telecom Italia. Sappiamo come è andata a finire.

Con la nostra Mozione chiediamo, inoltre, al Governo di assicurare la presentazione di un piano industriale indirizzato ad un più rapido sviluppo delle reti in fibra di nuova generazione, coerentemente con gli obiettivi posti dall’Agenzia Digitale Europea, anche attraverso l’integrazione degli assett in fibra ottica e rame già di proprietà di enti locali, enti governativi e partecipate.
Infine, aspetto che riteniamo centrale, chiediamo un impegno del Governo alla piena tutela e valorizzazione dell’occupazione e del patrimonio di conoscenze e competenze di Telecom Italia. Su questo punto vorrei soffermarmi maggiormente. Nemmeno un posto di lavoro si dovrà perdere dallo scorporo della Rete Telecom! La componente lavoro ha già pagato un prezzo altissimo dalla sua scellerata privatizzazione. Ripubblicizzando un asset fondamentale per il nostro Paese, l’occupazione in Telecom Italia non solo non diminuirà, ma aumenterà portandola ai livelli degli altri partner europei, perché sarà eliminata alla radice la logica speculativa sottesa ai licenziamenti di massa di questi ultimi anni e, saranno avviati quei massicci investimenti pubblici necessari al raggiungimento dei traguardi europei. Ci sono studi che dimostrano in maniera inoppugnabile, che lo scorporo della rete Telecom farebbe bene innanzitutto ai lavoratori della stessa Telecom Italia. Ipotizzando lo scenario di un investimento minimo di 3 miliardi di euro. Questa somma sarebbe sufficiente a finanziare un numero di unità in larga banda, pari a circa 7 milioni di linee, circa un terzo delle abitazioni italiane. Si stima che questo genererebbe un fabbisogno occupazionale pari a 41.000 unità di lavoro in un orizzonte temporale di 10 anni. Si tratta di nuovi posti di lavoro per la realizzazione e gestione della rete, compresa la componentistica elettronica. Questa è l’occupazione generata direttamente dal progetto o che è riferibile agli investimenti e alla gestione della rete. A questo tipo di occupazione bisogna aggiungere quella derivante dall’incremento del PIL per effetto della nuova rete. Come ho detto in apertura del mio intervento, secondo le maggiori istituzioni internazionali, tra cui la Banca Mondiale, un 10% di penetrazione della larga banda ha un impatto sul PIL pari all’1,2%. Sommando i due impatti occupazionali, quello diretto del progetto e quello dovuto all’incremento del PIL, si avrebbero una media di 250.000 unità di lavoro per 10 anni. È più che presumibile, che una parte di questo fabbisogno vada a compensare possibili esuberi causati dallo scorporo e, che una buona parte si possa considerare come nuova occupazione. Quindi i lavoratori di Telecom Italia non devono avere nulla da temere dallo scorporo della rete, perché questa farebbe fare quel salto di qualità ad una azienda ormai decotta, con la realizzazione di nuovi investimenti e la promozione di nuovi servizi. Oltre all’implementazione e gestione della rete, i livelli occupazionali di Telecom Italia sarebbero mantenuti con piani di finanziamento, controllo e realizzazione di nuovi servizi innovativi nei mercati emergenti, come la telemedicina, teleassistenza, domotica, videosorveglianza, teledidattica, applicazioni di logistica, infomobilità ecc. che avrebbero anche delle enormi ricadute economiche e sociali.

Concludo nel dire che, è arrivato da parte del Governo, il momento di rompere gli indugi. Da quello che si apprende dalla stampa, esiste un dossier sullo scorporo delle rete Telecom. Mostrateci le carte! Dimostrateci che la rete Telecom non sia parte degli accordi segreti tra Renzi e Berlusconi, come alcuni commentatori sostengono, essendo note le ambizioni di Mediaset su Telecom Italia.

Il Paese non può più attendere iniziative di forte rilancio e sviluppo della nostra economia. Per questo chiedo al Governo e a quest’Aula il pieno appoggio alla nostra Mozione per la separazione societaria della infrastruttura della rete di telecomunicazione.

Grazie

 

rete pubblica

 

La rete: una grande infrastruttura per ricominciare

 

C’era una volta Telecom.
120000 dipendenti solo nel nostro Paese.
30 partecipate estere.
Tecnologia all’avanguardia.
Ed un progetto ambizioso: essere la prima rete al mondo in fibra ottica (progetto Socrate).
Poi la privatizzazione. Ed il suo “spolpamento”.
Ci apprestiamo a discutere la mozione sullo “scorporo” della rete Telecom.
Ormai è un fatto accertato che internet è uno strumento d’importanza fondamentale per la crescita economica di ogni paese . La rete è quindi una risorsa strategica per il Nostro Paese e per la sua crescita economica. Per questo è naturale che sia il Paese e, di conseguenza i suoi organi preposti, a dover garantire investimenti e a potenziare l’infrastruttura della telecomunicazione in modo da poter offrire a tutti libertà di comunicazione, competitività e crescita in ogni settore.

A questo link il testo completo della mozione.