Due strade per internet


In questi giorni di gran fermento per il settore delle telecomunicazioni, sia italiano che internazionale, si è parlato molto, oltre che dei mega bonus concessi al nuovo amministratore delegato di Telecom Italia Flavio Cattaneo, anche della partita per la conquista di Metroweb, società controllata da Cassa Depositi e Prestiti, che gestisce la rete in fibra in grandi città come Milano. Fino a ieri Metroweb era contesa tra Enel open fiber e Telecom Italia. Quest’ultima però ne è uscita sconfitta in quanto CDP ha preferito l’offerta di Enel, seppur inferiore.Per certi versi condivido questa scelta perché, se Metroweb fosse finita nelle mani di Telecom Italia, si sarebbe ripristinato di fatto il monopolio. Per altri versi, invece, questa scelta mi desta non poche preoccupazioni riguardo le possibili ricadute occupazionali. Telecom, infatti, ha già annunciato probabili esuberi. Spero che si tratti solo di annunci messi in circolazione da Telecom a scopo “ricattatorio” nei confronti del governo che sta apertamente spalleggiando Enel.

L’Italia, da nord a sud, è costellata di comuni con problemi di accesso ad internet ad una velocità decente. Portare in tutte le zone d’Italia una connessione ad internet degna di un paese che vuole essere al passo coi tempi, garantirebbe ampio lavoro sia per Telecom, sia per Enel. Ma le due società, invece di pianificare la copertura della rete sul territorio italiano, dividendosi le zone in cui lavorare, hanno iniziato a farsi la guerra contendendosi il podio della rete più veloce in quelle città dove già esiste una rete veloce.

Di conseguenza, proprio osservando come si stanno comportando le due società e anche l’atteggiamento del nostro governo, torno a ribadire che le nostre proposte in merito rimangono a tutt’oggi giuste. Oserei dire, anzi, che sono l’unica soluzione di buon senso: la mappatura di tutte le reti e dei cavidotti esistenti, imprescindibile se si vuol evitare sovrapposizioni, lavori e spese inutili, e la necessità di una società pubblica che controlli l’infrastruttura di rete e indirizzi gli investimenti nelle cosiddette aree “a fallimento di mercato”. Queste proposte eviterebbero nel futuro di perpetuare squilibri, ovvero di avere città come Milano dove il cittadino può scegliere tra molti operatori che si appoggiano a diverse reti, con velocità fino al gigabit al secondo, e piccoli comuni o periferie, che si trovano del tutto scoperte o con connessioni ridicole al di sotto del megabit/s.

Asti – 14 novembre 2014 – Evento dedicato all’uso di internet

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La sicurezza su internet sarà l’argomento che animerà la serata. Interverranno e risponderanno alle vostre numerose domande: il deputato Paolo Nicolò Romano e l’eurodeputata Tiziana Beghin. Parteciperanno all’evento anche i consiglieri pentastellati: per la regione Paolo Mighetti e in rappresentanza del comune di Asti, Gabriele Zangirolami e Davide Giargia.

Non mancate, vi aspettiamo numerosi!

Per chi non potesse raggiungerci al Palazzo della Provincia di Asti, potrà seguirci in streaming seguendo questo link:

https://www.youtube.com/watch?v=g2vum8GoXno

Una rete Pubblica per lo sviluppo del paese

Il mio intervento in aula del 10/11/2014 per illustrare la mozione a mia prima firma che propone la creazione di una rete pubblica scorporando l’attuale rete di Telecom Italia.

Deputato Presidente, deputati colleghi, esponente del Governo,

nell’ultimo decennio, l’uso di internet ha raggiunto dimensioni tali che, la disponibilità di connessioni veloci e superveloci per un Paese è ormai una precondizione essenziale per la sua crescita economica e sociale.

Numerosi sono gli studi di autorevoli istituzioni internazionali, quali: OCSE – Banca Mondiale – Unesco, che evidenziano come gli investimenti in banda larga, abbiano effetti diretti e indiretti sulla crescita complessiva dei sistemi economici e sociali.

La Banca Mondiale, quantifica che una variazione di 10 punti percentuali della penetrazione della banda larga, possa generare una crescita del PIL dell’1,2% nei paesi sviluppati.

In virtù di queste considerazioni, la Commissione Europea, nell’ambito dell’Agenda Digitale, ha fissato una serie di target, per stimolare i Paesi membri alla realizzazione di nuove infrastrutture di telecomunicazione, ponendo l’obiettivo di conseguire entro il 2020, una copertura totale della connessione a 30 Mega bit per secondo (Mbps) e, per almeno il 50% della popolazione, di 100 Mbps.
Anche in Italia, numerosi sono gli studi volti a misurare l’impatto economico degli investimenti nella banda larga e ultra larga.

Una ricerca dell’Agcom, l’Authority preposta ad assicurare la corretta competizione degli operatori nel mercato delle telecomunicazioni, evidenzia chiaramente che, se la banda larga arrivasse al 60% delle famiglie e al 90% delle imprese, il potenziale per l’economia italiana sarebbe di un aumento del PIL, nella peggiore delle ipotesi, dell’1,2% e, nella migliore delle ipotesi addirittura del 12,2%.

Secondo questi importanti dati, è possibile constatare che, la realizzazione di reti di accesso a internet ad alta velocità, risulta allo stato attuale insoddisfacente.

Tale infrastruttura avrebbe potuto migliorare di molto le capacità di risposta del nostro Paese alla pesante crisi economica.

Come dimostrano gli indicatori sui progressi dell’Agenda digitale, siamo agli ultimi posti della classifica europea per penetrazione di banda.

L’accesso di nuova generazione, in grado di fornire almeno 30 Mbps è disponibile per il 21% della popolazione mentre la media europea si attesta al 62%.

Ma a sorprendere è la quota effettiva di connessioni ad alta velocità, pari almeno a 30 Mbps: siamo all’1% contro il 21% dei Paesi dell’Unione.

Inoltre a fine 2013, Bruxelles non ha rilevato alcuna connessione ultra-veloce, ovvero con velocità di almeno 100 Mbps.

Questi, sono i dati dell’ultimo rapporto europeo 2014 redatto dalla Unione Europea, sulla qualità della banda larga in Europa. In pratica siamo dietro a Paesi come Romania, Bulgaria o Cipro ed il gap digitale fra l’Italia ed i principali Paesi dell’Unione europea, continua ogni anno ad allargarsi.

Oltre al digital divide con l’Europa e il resto del mondo, persiste un ritardo digitale anche all’interno dei nostri confini, dove persistono intere aree ancora senza nessuna copertura. Il dato più emblematico è rappresentato da quel 45% di popolazione, che ancora non usa internet, anche perché milioni di unità abitative e produttive sono senza infrastrutture di rete. La situazione, inoltre, si presenta critica anche laddove le unità abitative e produttive sono raggiunte dalla connessione, in quanto la sua qualità è la peggiore in Europa. Secondo il rapporto Akami sullo stato di internet, del secondo trimestre 2014, l’Italia compare al 48º posto al mondo per velocità della connessione, ultimi nella graduatoria europea, poiché anche Romania, Cipro e Grecia ci superano.

Il Governo è pienamente consapevole di questa arretratezza, poiché la copertura nazionale della nostra rete infrastrutturale di telecomunicazioni è stata fotografata nel rapporto Caio, il team di esperti istituito dal precedente Governo Letta per fare luce sullo stato degli investimenti nella nostra rete.

Dal rapporto «Raggiungere gli obiettivi Europei 2020 della banda larga in Italia: prospettive e sfide», presentato il 30 gennaio 2014, si sostiene esplicitamente che l’obiettivo della totale copertura della rete con velocità a 30Mbps entro il 2020 è di impossibile realizzazione per una parte rilevante del Paese e, pertanto, si auspica, nelle conclusioni un ruolo attivo, vigile e continuo del Governo e quindi dello Stato, al fine del conseguire gli obiettivi europei, che altrimenti date le condizioni, rimarrebbero a rischio.

Posizione rafforzata dalla recente indagine conoscitiva “sulla concorrenza statica e dinamica nel mercato dei servizi di accesso e sulle prospettive di investimento nelle reti di telecomunicazioni a banda larga e ultra-larga”, realizzata congiuntamente da Antitrust-Agcom e resa pubblica due giorni fa, dove si arriva alla conclusione che per potenziare in Italia lo sviluppo delle reti fisse di nuova generazione è necessario un intervento pubblico visto che non è possibile contare sugli investimenti privati a causa degli alti costi irrecuperabili e della concorrenza che riduce ricavi e margini. Non solo! Le due Authority arrivano a sostenere che: “la realizzazione di un assetto di mercato caratterizzato dall’esistenza di un operatore di rete “puro”, non verticalmente integrato nella fornitura di servizi agli utenti finali, costituisce evidentemente lo scenario “ideale” sotto il profilo concorrenziale e più “lineare” dal punto di vista della regolamentazione.”

È di unanime condivisione che, l’inadeguatezza della nostra infrastruttura di rete rappresenta la causa principale della difficoltà del nostro Paese ad uscire da questa perdurante crisi economica e, questo è paradossale, considerando che l’Italia è stata per anni all’avanguardia nel mondo delle telecomunicazioni.

Infatti, Telecom Italia, prima della privatizzazione, era la più importante società di telecomunicazioni del mondo. Con 120.000 dipendenti solo in Italia, contava 30 partecipate estere, disponeva di un ingente ed innovativo patrimonio tecnologico e di conoscenze tali da essere stata la prima a portare sul mercato le carte prepagate.

Se non fosse stata privatizzata, sarebbe anche stata la prima in Europa a portare la fibra ottica in 20 milioni di abitazioni con il progetto «Socrate». Il suo debito, pari al 20% del fatturato, era assolutamente trascurabile. Con la privatizzazione avviata nel 1997 dal 1º Governo Prodi ad oggi, Telecom Italia è stata progressivamente depauperata delle proprie risorse umane, finanziarie e strumentali, per ripianare i cospicui debiti serviti per le sue scalate. Secondo stime di Asati, l’associazione dei piccoli azionisti di Telecom Italia, la privatizzazione è costata direttamente alla compagnia di bandiera 26 miliardi di euro, 70.000 posti di lavoro, la svendita del suo immenso patrimonio tecnologico ed immobiliare e, indirettamente, all’intero sistema Paese, costi economici e sociali inquantificabili per l’inadeguatezza della sua infrastruttura. Se oggi il nostro Paese ha una enorme difficoltà ad uscire dalla crisi economica, questo è dovuto alle scelte scellerate di chi ha voluto privatizzare un assett fondamentale per la nostra sicurezza e per il nostro sviluppo economico! Quanto successo a Telecom Italia grida vendetta! Come M5S abbiamo presentato una proposta di legge per istituire una Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla privatizzazione di Telecom Italia, perché vogliamo fare luce sulle responsabilità politiche ed imprenditoriali di uno degli scandali più vergognosi della nostra storia repubblicana. Vogliamo fare luce su quanti si sono arricchiti nel corso degli anni con la sua privatizzazione a debito, drenando miliardi di euro di risorse, svendendo il suo notevole patrimonio tecnologico ed immobiliare, indebitando enormemente l’azienda, causandone il suo depauperamento, e privandola così delle risorse economiche indispensabili per gli investimenti e per mantenere i necessari livelli occupazionali, ridotti ad appena 50 mila dipendenti a fronte di società omologhe europee che ne hanno almeno il doppio. Noi vogliamo che i responsabili politici ed imprenditoriali paghino per queste scelte dissennate! Per questo a nome di tutto il gruppo parlamentare del M5S esprimo pubblicamente la piena solidarietà a Maurizio Matteo Decina, giovane dirigente di Telecom Italia, che ha avuto il coraggio di denunciare questa scandalosa truffa a danno del Paese, scrivendo un libro dal significativo titolo “Goodbye Telecom” che si è visto costretto a ritirare per non incorrere in un lungo contenzioso legale contro Marco Tronchetti Provera, che ha chiesto un risarcimento danno monstre di 10 milioni di euro.

Questa è una vergogna! Pensavamo di essere in un Paese libero e invece siamo tornati alla censura! Ci sono alcuni temi tabù nel nostro Paese! Guai a scrivere sulla privatizzazione di Telecom Italia: scattano denunce milionarie! Noi del M5S non ci facciamo intimidire! Vogliamo vederci chiaro su chi ha causato lo scempio di Telecom Italia a danno dell’intero Paese. Vogliamo sapere: perché attualmente Telecom Italia è ancora gravata di un indebitamento netto pari a 28 miliardi di euro; perché gli investimenti finora assicurati da Telecom Italia si sono dimostrati insufficienti per garantire il raggiungimento degli obiettivi previsti dall’Agenda digitale europea; perché è stata consentita la presenza nel suo azionariato di gruppi stranieri concorrenti come Telefonica, la compagnia telefonica iberica, diretta concorrente sui mercati internazionali della stessa Telecom Italia. Si sapeva da anni che le strategie commerciali di Telefonica erano antitetiche a quelle di Telecom Italia, eppure, le si è concesso di prendere il controllo di fatto di una società strategica come Telecom Italia, a danno di assett remunerativi come Tim Brazil e Telecom Argentina che gli spagnoli hanno fatto di tutto per liberarsene. Ci chiediamo cosa succederebbe se in una compagnia spagnola o francese, come nel caso della subentrante Vivendi, dovessero esserci delle scalate nel capitale di gruppi finanziari arabi o cinesi? Non sono indiscrezioni di stampa quelle che circolano in merito ad un interessamento di Fondi arabi sulla nostra rete di telecomunicazioni. Il fatto stesso che circolano queste voci sono la dimostrazione lampante dell’incapacità dell’attuale assetto societario di garantire non solo politiche industriali efficaci, ma anche la stessa sicurezza della rete e delle informazioni che vi transitano. Internet è uno strumento indispensabile per la libertà di un popolo, perché consente l’espressione dei cittadini, l’accesso alle informazioni, alla istruzione, alla formazione, alla cultura e, non solo, speriamo presto, anche l’accesso ai servizi sanitari, fiscali, amministrativi e giudiziari. Internet è un fattore decisivo ai fini dello sviluppo e della crescita economica del Paese, poiché la quasi totalità della nostra economia si fonda sull’utilizzo della rete. Per queste ragioni economiche e di sicurezza nazionale occorre agire immediatamente per un ritorno della nostra infrastruttura di telecomunicazione in mano pubblica, attraverso lo scorporo ovvero la societarizzazione della rete, in modo da garantire sia gli investimenti necessari a raggiungere gli obiettivi dell’agenda digitale che l’equivalence of input, la parità di trattamento di tutti gli operatori del mercato, attualmente di difficile realizzazione come ha attestato la recente sentenza del Tar del Lazio dell’8 maggio 2014, che ha confermato la condanna a Telecom Italia per abuso di posizione dominante.
Lo scorporo, ovvero la separazione societaria della rete non contrasta con la Costituzione e la normativa nazionale ed europea. Non contrasta in primis con l’articolo 41 della Costituzione che pur stabilendo che «l’iniziativa economica privata è libera» questa non «può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.» Principio di utilità sociale rafforzato dall’articolo 43 della Costituzione che stabilisce che: «ai fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.» La nostra rete di telecomunicazioni, che possiede caratteristiche di monopolio naturale, è una risorsa strategica per il nostro Paese, poiché garantisce quei servizi pubblici essenziali e di enorme interesse generale, quali la libertà di comunicazione, l’accesso alla conoscenza, la competitività e la crescita economica delle imprese, che sono costituzionalmente sanciti.

Anche in ambito comunitario, non si evincono preclusioni alla separazione e ripubblicizzazione ex lege dell’infrastruttura di rete, in quanto l’articolo 36 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea, sancisce la tutela e il rispetto dell’accesso ai servizi di interesse economico generale, la cui individuazione rinvia alle legislazioni e prassi nazionali.

Inoltre, nell’ambito dei servizi di interesse economico generale, l’articolo 14 del Trattato che istituisce la Comunità europea, limita la regola della concorrenza preservando aree di intervento in via esclusiva dei poteri pubblici attraverso strumenti normativi, anche necessari ed urgenti come i decreti-legge.

L’articolo 86, paragrafo 2, del trattato della Comunità europea invece, sancisce che i servizi d’interesse generale sono sottoposti «alle norme di concorrenza, nei limiti in cui l’applicazione di tali norme non osti all’adempimento, in linea di diritto e di fatto, della specifica missione loro affidata» mentre, la neutralità rispetto al regime di proprietà, pubblica o privata delle imprese è sancito dall’articolo 295 del trattato CE.

Per quanto riguarda la normativa nazionale, lo Stato dispone di poteri speciali esercitabili dal Governo, cosiddetti golden power, stabiliti con decreto-legge n. 21 del 2012 recante «norme in materia di poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonché per le attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni». Questi poteri speciali, emanati recentemente dal Governo con i decreti attuativi, pubblicati nella Gazzetta Ufficiale del 6 giugno 2014, consistono nella possibilità di far valere il veto dell’Esecutivo alle delibere, agli atti e alle operazioni concernenti asset strategici, qualora essi diano luogo a minaccia di grave pregiudizio per gli interessi pubblici, relativi alla sicurezza e al funzionamento delle reti e degli impianti e alla continuità degli approvvigionamenti, ivi compresi le reti e gli impianti necessari ad assicurare l’approvvigionamento minimo e l’operatività dei servizi pubblici essenziali.

Inoltre, esiste anche la possibilità per l’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni, di procedere ai sensi dell’articolo 50-bis del Codice delle comunicazioni elettroniche, alla separazione funzionale involontaria, imponendo alle imprese verticalmente integrate, nel caso specifico Telecom Italia, la collocazione delle attività relative alla fornitura all’ingrosso di prodotti di accesso in un’entità commerciale operante in modo indipendente, questo se è dimostrata l’incapacità della stessa di garantire una efficace concorrenza, oppure una fornitura all’ingrosso di detti prodotti di accesso.

Ho già citato la recente sentenza del Tar del Lazio dell’8 maggio 2014 che condanna Telecom Italia per abuso di posizione dominante.
La separazione societaria della rete di accesso, oltre che rafforzare l’assetto concorrenziale del mercato a vantaggio dei cittadini, appare una precondizione per consentire l’ingresso di nuovi capitali nella costituenda società, in grado di sostenere gli investimenti necessari per l’ammodernamento della rete ed il passaggio alla fibra ottica, in linea con gli obiettivi fissati nell’Agenda digitale europea.

Per tale ragione, con la presente Mozione chiediamo al Governo di: provvedere, ricorrendo ad iniziative normative d’urgenza, al necessario e urgente scorporo, ovvero alla separazione societaria, della infrastruttura della rete di telecomunicazione mediante la costituzione di una società della rete a maggioranza pubblica;
a consentire nella nuova società l’ingresso anche di privati, in primis gli altri operatori di telecomunicazioni (OLO), favorendo la costituzione di una rete unica pubblico-privata, in modo da centralizzare la governance con una regia unica, che ottimizzi gli investimenti, evitando così sovrapposizioni e aree scoperte, in quanto non remunerative, e che garantisca tempi certi di realizzazione.

Chiediamo un modello di governance della nuova società della rete del tipo public company, in cui, oltre a riservare la maggioranza del capitale allo Stato, sia garantita un’adeguata rappresentanza nel CdA di dipendenti e azionisti di minoranza, così da attuare concretamente quanto sancito agli artt. 46 e 47 della nostra Carta Costituzionale, sulla partecipazione dei lavoratori nella gestione dell’impresa, e sull’azionariato diffuso che erano, tra l’altro, anche nelle intenzioni originarie del legislatore, nella iniziale privatizzazione di Telecom Italia. Sappiamo come è andata a finire.

Con la nostra Mozione chiediamo, inoltre, al Governo di assicurare la presentazione di un piano industriale indirizzato ad un più rapido sviluppo delle reti in fibra di nuova generazione, coerentemente con gli obiettivi posti dall’Agenzia Digitale Europea, anche attraverso l’integrazione degli assett in fibra ottica e rame già di proprietà di enti locali, enti governativi e partecipate.
Infine, aspetto che riteniamo centrale, chiediamo un impegno del Governo alla piena tutela e valorizzazione dell’occupazione e del patrimonio di conoscenze e competenze di Telecom Italia. Su questo punto vorrei soffermarmi maggiormente. Nemmeno un posto di lavoro si dovrà perdere dallo scorporo della Rete Telecom! La componente lavoro ha già pagato un prezzo altissimo dalla sua scellerata privatizzazione. Ripubblicizzando un asset fondamentale per il nostro Paese, l’occupazione in Telecom Italia non solo non diminuirà, ma aumenterà portandola ai livelli degli altri partner europei, perché sarà eliminata alla radice la logica speculativa sottesa ai licenziamenti di massa di questi ultimi anni e, saranno avviati quei massicci investimenti pubblici necessari al raggiungimento dei traguardi europei. Ci sono studi che dimostrano in maniera inoppugnabile, che lo scorporo della rete Telecom farebbe bene innanzitutto ai lavoratori della stessa Telecom Italia. Ipotizzando lo scenario di un investimento minimo di 3 miliardi di euro. Questa somma sarebbe sufficiente a finanziare un numero di unità in larga banda, pari a circa 7 milioni di linee, circa un terzo delle abitazioni italiane. Si stima che questo genererebbe un fabbisogno occupazionale pari a 41.000 unità di lavoro in un orizzonte temporale di 10 anni. Si tratta di nuovi posti di lavoro per la realizzazione e gestione della rete, compresa la componentistica elettronica. Questa è l’occupazione generata direttamente dal progetto o che è riferibile agli investimenti e alla gestione della rete. A questo tipo di occupazione bisogna aggiungere quella derivante dall’incremento del PIL per effetto della nuova rete. Come ho detto in apertura del mio intervento, secondo le maggiori istituzioni internazionali, tra cui la Banca Mondiale, un 10% di penetrazione della larga banda ha un impatto sul PIL pari all’1,2%. Sommando i due impatti occupazionali, quello diretto del progetto e quello dovuto all’incremento del PIL, si avrebbero una media di 250.000 unità di lavoro per 10 anni. È più che presumibile, che una parte di questo fabbisogno vada a compensare possibili esuberi causati dallo scorporo e, che una buona parte si possa considerare come nuova occupazione. Quindi i lavoratori di Telecom Italia non devono avere nulla da temere dallo scorporo della rete, perché questa farebbe fare quel salto di qualità ad una azienda ormai decotta, con la realizzazione di nuovi investimenti e la promozione di nuovi servizi. Oltre all’implementazione e gestione della rete, i livelli occupazionali di Telecom Italia sarebbero mantenuti con piani di finanziamento, controllo e realizzazione di nuovi servizi innovativi nei mercati emergenti, come la telemedicina, teleassistenza, domotica, videosorveglianza, teledidattica, applicazioni di logistica, infomobilità ecc. che avrebbero anche delle enormi ricadute economiche e sociali.

Concludo nel dire che, è arrivato da parte del Governo, il momento di rompere gli indugi. Da quello che si apprende dalla stampa, esiste un dossier sullo scorporo delle rete Telecom. Mostrateci le carte! Dimostrateci che la rete Telecom non sia parte degli accordi segreti tra Renzi e Berlusconi, come alcuni commentatori sostengono, essendo note le ambizioni di Mediaset su Telecom Italia.

Il Paese non può più attendere iniziative di forte rilancio e sviluppo della nostra economia. Per questo chiedo al Governo e a quest’Aula il pieno appoggio alla nostra Mozione per la separazione societaria della infrastruttura della rete di telecomunicazione.

Grazie

 

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Accordo Letta Berlusconi per la fine di Telecom Italia

telecom-letta-berlusconiÈ ormai evidente a tutti la ragione per cui Letta è ancora al Governo. Il prezzo che ha dovuto pagare è la fine di Telecom Italia ormai prossima a passare nelle mani di Mediaset. La nascita del Nuovo Centro Destra è stata una grande finzione per far continuare l’esperienza di Governo del nipote di Gianni Letta, noto braccio destro di Silvio Berlusconi. Gli interessi in gioco sono talmente alti che Berlusconi non poteva permettersi di far cadere il Governo. Parliamo del controllo del nostro sistema di telecomunicazioni che con gli accordi Telco, del settembre scorso, passerebbe, dal primo di gennaio prossimo, sotto il diretto controllo di Telefonica, la compagnia telefonica spagnola partner commerciale della stessa Mediaset. L’accordo quindi è spartirsi Telecom Italia consegnando agli spagnoli Telecom Argentina, già svenduta in tutta fretta, e Tim Brasil, prossima alla svendita, così da diventare il più importante operatore nei mercati più ricchi dell’America Latina. Mediaset invece acquisterebbe a saldo il sistema delle antenne, la cui vendita è curata da Siniscalco un ex ministro berlusconiano,  ed entrerebbe successivamente nell’azionariato Telecom diventando così il più importante gruppo di tlc del nostro paese.

Però oltre il M5S il Governo si è trovato davanti due ostacoli inaspettati. Il primo rappresentato dal senatore Mucchetti, Presidente della Commissione industria, commercio, turismo del Senato, ostinato nel far approvare in tutti i modi una norma di modifica della disciplina dell’OPA che stroncherebbe sul nascere l’accordo Telefonica -Mediaset.
Riforma su cui  il Senato si è già espresso favorevolmente votando a stragrande maggioranza una Mozione in cui si impegnava “con la massima urgenza il Governo ad agire in questa direzione. Il Governo tutto ha fatto tranne che rispettare la volontà del Parlamento, anzi ha adottato un vero e proprio atteggiamento ostruzionistico impedendo qualsiasi tentativo di approvazione della norma.
L’altro inaspettato ostacolo è rappresentato da Giuseppe Vegas, il Presidente della Consob, che sta “osando” indagare sulle deliberazioni dello sfiduciato cda Patuano, su cui oggi l’assemblea straordinaria deciderà il destino.
Il Governo che fa? Si attiva con un emendamento alla legge di stabilità, che non può prevedere norme ordanimentali e settoriali, per allargare il cda Consob in modo da mettere il Presidente in minoranza. Tentativo fortunatamente fallito, ma che non tarderà il Governo a ripetere, e che ci fa capire qual è la posta in gioco di tutta questa faccenda.
Ormai è tutto chiaro. Il Governo del nipote Letta sta pagando a caro prezzo la pseudo uscita di scena di Berlusconi che ieri a Piazza Affari, in un solo giorno, ha guadagnato 200 milioni di euro, perché gli analisti danno per scontato il successo della manovra con Telefonica.  Purtroppo il prezzo più grande lo pagheranno sempre gli italiani che avranno la più inadeguata infrastruttura di telecomunicazione d’Europa in mano ad un condannato che potrà utilizzarla per continuare a ricattare il nostro Paese. Insomma: un incubo che spero l’assemblea straordinaria Telecom possa evitare!

Telecom Argentina: è vendita o svendita?

La cessione in tutta fretta di Telecom Argentina a un prezzo (700 milioni di euro) che avrà fatto contento l’acquirente messicano Fintech è un’operazione che, invece di tutelare Telecom e i suoi azionisti, sembra piuttosto strizzare l’occhio a Telefonica. A completare il quadro di queste ore, la notizia che Telecom è stata appena declassata da Standard&Poor’s. Tutto questo con buona pace dei nostri asset strategici.

Siamo del tutto contrari al fatto che un’operazione di questa importanza sia stata compiuta in tempi ristrettissimi e nel silenzio assoluto, compreso quello delle istituzioni,. Solo lo scorso 7 novembre il Cda di Telecom aveva deciso che andava avviata l’operazione per la vendita di Telecom Argentina e, subito dopo, l’11 novembre, un secondo Cda ha appositamente affrontato la questione. Praticamente, il tutto si è compiuto nell’arco di una settimana. Una tempistica che sarebbe eufemistico definire accelerata.

Considerando che il fatturato di Telecom Argentina nel 2012 è stato di 3,8 miliardi di euro, che la società non ha debiti ma conti in cassa per 550-600 milioni di euro e che, solo in borsa, con il pacchetto di controllo, vale circa 650 milioni di euro, la vendita a 700 milioni di euro ci sembra sì una buona operazione, ma per l’acquirente.

Ci domandiamo se quanto appena compiuto porterà un qualche reale vantaggio a Telecom o se si tratta di un gentil dono fatto a Telefonica, che serve a iniziare lo sgombero del campo dalla concorrenza in Sudamerica. La prossima volta a chi toccherà, a Tim Brasil? Telecom si muove come se già fosse praticamente nelle mani di Telefonica e ci domandiamo dunque di chi stiano facendo gli interessi in questo momento.

Di fronte a quanto sta avvenendo riteniamo dunque necessario che la Consob venga subito audita in commissione. Nel frattempo, da parte del Governo, incassiamo un bel silenzio. Quella di un esecutivo che interviene pubblicamente solo per fare spot autopromozionali o per rassicurare a parole, senza fornire elementi concreti a supporto, è una modalità che si commenta da sola.

Presentazione del Libro Goodbye Telecom

Da settimane la vicenda di Telecom Italia è all’ordine del giorno del dibattito politico ed economico nazionale; da quando, il 24 settembre scorso, è uscita la notizia dell’accordo di Telefonica, il colosso telefonico spagnolo, per l’acquisizione del 100 per cento del pacchetto azionario di Telco, l’organismo finanziario che con il solo 22,4 per cento delle azioni controlla il gruppo Telecom Italia.
Da quando, insomma, si è avuta piena consapevolezza che una compagnia straniera stava di fatto mettendo le mani sulla più importante azienda di telecomunicazione del nostro paese, che voglio ricordarlo, detiene la piena proprietà dei nostri asset infrastrutturali.
In sintesi: la tecnologia e le infrastrutture quali cavi, antenne e armadi che consentono a qualsiasi cittadino, impresa e pubblica amministrazione di comunicare, scambiarsi dati e conservare informazioni. Potete quindi immaginare perché il controllo di questo asset sia fondamentale non solo per la nostra economia ma anche per la nostra sicurezza personale e nazionale.

Per questa ragione abbiamo deciso di dare in diretta streaming questo evento, sulla webtv la Cosa e sul canale youtube del M5S Parlamento, perché non si tratta di lanciare una pubblicazione, ma di discutere di un problema che ci riguarda tutti, perché parliamo della salvaguardia di un bene fondamentale come la comunicazione e la diffusione di sapere, in sintesi: la salvaguardia della libertà personale e collettiva. Noi oggi vogliamo, quindi, cogliere l’occasione per capire e far capire a chi ci ascolta online, come sia possibile che una grande azienda, proprietaria di risorse strategiche per il nostro Paese, stia rischiando di passare sotto il controllo di una società straniera, per quanto europea. Vogliamo capire perché un’azienda fondamentalmente solida quando era sotto gestione pubblica, con la sua privatizzazione ha subìto una sistematica spoliazione delle sue risorse umane, economiche e strumentali. Proprio interrogandoci su questi aspetti che ci siamo imbattuti nell’ottimo libro di Maurizio Matteo Decina, Goodbye Telecom, appena uscito in libreria, e abbiamo quindi deciso di organizzare questa iniziativa.

Maurizio Matteo Decina è un economista esperto di telecomunicazioni e conosce Telecom Italia dal di dentro per averci lavorato. Non solo! E’ anche Vice Presidente di Asati l’associazione degli azionisti Telecom che sono la carne viva del problema, perché sono coloro che, con il successo dell’operazione Telefonica, rischiano di perdere lavoro e risparmi. Maurizio Matteo Decina non ideologizza e non strumentalizza il problema come spesso si è fatto. Anzi! Da buon economista si attiene a numeri, grafici e dati incontestabili. Prima della privatizzazione Telecom Italia era la quarta azienda in Italia per fatturato, la prima per valore aggiunto e redditività e contava all’incirca 120.000 dipendenti. Praticamente era un’azienda florida con una trentina di partecipazioni internazionali e un patrimonio immobiliare di oltre 10 miliardi di euro. In soli quattro anni dal 1997, anno della privatizzazione, al 2001 anno dell’acquisizione senza Opa da parte di Marco Tronchetti Provera, con il decisivo e letale intervallo dell’Opa del 1999 di Roberto Colaninno e soci, Telecom Italia attraverso il meccanismo dell’acquisto a debito, viene caricata della cifra monstre di 37 miliardi di euro di debito per il cui rimborso subisce una prima drastica riduzione di personale di 26.000 unità e la svendita di parte del suo patrimonio immobiliare e di alcuni suoi asset strategici. La situazione non migliora con l’arrivo nel 2007 dei soci Telco, la nuova scatola cinese di controllo, dove è presente anche Telefonica, una diretta concorrente sui mercati internazionali della stessa Telecom Italia. Anzi! La situazione debitoria, finanziaria e contabile dell’azienda peggiora ulteriormente facendola diventare preda di colossi internazionali, come appunto Telefonica, che, come nel gioco delle tre carte, senza iniettare nuovi capitali e senza Opa, con poche centinaia di milioni di euro si prende in mano un gruppo che vale miliardi di euro, si libera della concorrenza in America Latina e conquista il mercato italiano.

 

Goodbye Telecom

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Domani a partire dalle ore 16:30 il gruppo parlamentare del movimento 5 stelle insieme all’autore Maurizio Matteo Décina presenteranno il libro Goodbye Telecom, parteciperanno i deputati: Diego De Lorenzis (M5S), Vincenzo Garofalo (PDL), Stefano Quaranta (SEL).  Sono inoltre previsti interventi di Francesco Sacco (docente dell’università Bocconi di Milano), Elio Lannutti (Presidente di Adusbef) e Franco Lombardi presidente di (ASATI Associazione Azionisti Telecom Italia).

Sarà possibile seguire l’evento in diretta streaming sulla webTV www.beppegrillo.it/lacosa/ 

Audizione del presidente di Asati Franco Lombardi

Dal minuto 21 il mio intervento con le relative domande, che purtroppo per la mancanza di tempo non hanno avuto risposta, anche se il presidente Franco Lombardi  si è mostrato molto disponibile a fornirmi le risposte e a organizzare un incontro prossimamente.

Riporto il testo del mio intervento:

Ringrazio il Presidente dell’Asati, l’Ing. Franco Lombardi, per essere venuto oggi nella nostra Commissione a dare voce ai 600.000 piccoli azionisti e dipendenti Telecom, molti dei quali hanno investito il loro TFR nelle azioni della più grande azienda di telecomunicazioni del nostro Paese e, pertanto, come è comprensibile, sono molto preoccupati dell’andamento del titolo in Borsa. Infatti, prima di procedere col chiederle in merito allo scorporo della rete, vorrei sapere se le recenti decisioni della dirigenza Telecom, relative alla salvaguardia del livello di rating dell’azienda, minacciato da un ulteriore declassamento dei suoi titoli a “spazzatura”, la soddisfano.

Proprio questa mattina abbiamo avuto la notizia dell’ulteriore declassamento dall’agenzia di rating Fitch che ha abbassato il merito del credito a BBB -, che significa che la Telecom pur avendo un’adeguata capacità di rimborso, potrebbe avere in futuro delle difficoltà se dovessero peggiorare le condizioni operative del business domestico, già non rosee considerando la pressione regolamentare di Agcom e Antitrust, la guerra dei prezzi nel mercato del mobile e la congiuntura economica negativa del Paese che sembra non avere fine.

Un ulteriore declassamento del rating comporterebbe, quindi, doversi finanziare sul mercato a tassi di interesse più alti e, con 29 miliardi di debito da rifinanziare, un eventuale successivo downgrading del titolo potrebbe avere un impatto destabilizzante per gli equilibri economici del gruppo. Il Consiglio di Amministrazione Telecom (CdA) del primo agosto, alla luce dell’andamento del primo semestre – rivelatosi critico in particolare per il mercato domestico, dove i ricavi sono scesi di oltre il 10% a 8,1 miliardi e l’Ebitda del 13,2% a 3,8 miliardi – ha rivisto al ribasso i target reddituali, abbassando le stime per fine anno. Quindi: cosa ne pensa della decisione di Bernabè di recuperare oltre 800 milioni di euro, entro fine anno, per salvaguardare il rating? Da informazioni diffuse: 450 milioni verranno dal mercato domestico, 200 dal Brasile e 80 milioni dall’Argentina. Secondo lei: questa strategia di contenimento permetterà di mantenere stabile nel 2013 il rapporto indebitamento netto/Ebitda intorno a 2,4 volte, comunque sotto il limite del 2,8 volte, valore massimo, secondo Moody’s, per il mantenimento dell’attuale livello di rating? Inoltre: abbiamo letto che, se questa operazione non dovesse essere sufficiente, si sta lavorando a ulteriori misure “cuscinetto”, con cessioni di immobili, tra cui la sede milanese di Piazza Affari, la possibile vendita di Ti-media e il “consolidamento” con altri operatori della rete mobile. Insomma: lei che rappresenta anche i dipendenti Telecom, può rassicuraci che non siano in atto iniziative volte ad impattare anche sui livelli occupazionali e sulla produttività aziendale?     

Domando questo perché il gruppo Telecom ha sempre utilizzato la leva occupazionale per promuovere “risparmi”, serviti solo per aumentare i dividendi degli azionisti a fronte dell’assenza totale di investimenti nell’adeguamento dell’infrastruttura di rete che ci vede, per quanto riguarda il cablaggio della rete, ai livelli di Grecia e Cipro.
Basta considerare che prima della privatizzazione Telecom contava circa 130 mila dipendenti; a distanza di 15 anni siamo intorno ai 44 mila. In estrema sintesi: si è sempre proceduto al taglio del personale e alla compressione dei livelli salariali per garantire alti dividenti agli azionisti e per ridurre parte del debito accumulato, originato dalle note operazioni speculative a danno di una seria politica industriale nel settore TLC nel nostro Paese.

Ma torniamo al tema del rating. Proprio in vista dell’appuntamento del primo di agosto, nella lettera da lei inviata ai membri del CdA ha scritto che l’Asati si aspetta proposte concrete circa il rafforzamento patrimoniale, indispensabile per un rilancio della Società e come antidoto a potenziali giudizi negativi delle agenzie di rating che influirebbero ancora pesantemente sul titolo e sul debito. E’ evidente che le scelte del management sono andate nella direzione opposta. Lo stesso Presidente Bernabè ha dichiarato che l’obiettivo di stabilizzazione del rapporto indebitamento netto/Ebitda sarà raggiunto senza aumento di capitale. Per di più è evidente l’intenzione dei partner di Telco non solo di non aumentare il capitale, ma anzi di sfruttare la finestra di settembre per uscire dall’assetto societario. Vorrei chiederle pertanto: qual è al vostra posizione in merito all’ormai vicino scioglimento del patto Telco? Lei ha proposto la convocazione di un’assemblea straordinaria, entro il prossimo novembre, per decidere sulla variazione dell’attuale statuto e sulle tecnicality del voto per l’elezione dei nuovi organi: qual è stata la risposta della dirigenza Telecom a questa sua proposta?

Andiamo allo scorporo della rete Telecom, di cui siete fautori dal 2007, e, appunto, ne chiedete la sua rapida realizzazione. Lei più volte ha dichiarato che l’Asati sorveglierà passo per passo questo processo. Anzi! Avete chiesto che questi indispensabili passi fossero compiuti anche attraverso la consultazione di un vostro organismo rappresentativo, composto da esperti e azionisti/soci, “… al fine di realizzare una simmetria informativa sulla gestione e sulle scelte nel pieno rispetto delle procedure e dei diritti del mercato finanziario”. Mi chiedo: se c’è stato riscontro a questa richiesta e se si è attuata questa simmetria informativa. 

Se si! Le chiedo: se siete d’accordo circa il perimetro di rete da considerare ai fini dello scorporo proposto da Telecom, poiché durate l’audizione del 16 luglio u.s. del Presidente Bernabè molti dubbi sono emersi, appunto, su questo punto.

Poi: nell’ipotesi prospettata da Telecom della costituzione di due società, Opac per la gestione della rete e Telecom Italia Service per i servizi, quale tipo di soluzione immaginate per le azioni Telecom attualmente da voi detenute? Avete valutato l’impatto che lo scorporo avrà sulle vostre azioni ? 

Mi avvio verso la conclusione, visto che ho già posto molte domande.

E’ nota la vostra posizione in merito ad una public company. L’idea è particolarmente suggestiva poiché una public company, essendo una società retta da un azionariato diffuso, ha una struttura polverizzata, nel senso che ha tanti proprietari, ma nessuno di essi ha azioni sufficienti a governare l’impresa.

Idea suggestiva, come ho detto, ma come M5S riteniamo centrale la

ri-nazionalizzazione della infrastruttura di rete del nostro sistema di telecomunicazioni, perché è l’unica strada che abbiamo per lo sviluppo della nostra rete e per garantire una reale equivalence of imput tra tutti gli operatori. Se proprio vogliamo rimanere nell’alveo del mercato finanziario è opportuno che comunque lo Stato acquisisca una maggioranza azionaria o comunque un pacchetto di controllo tale da mantenere la rete in mano pubblica. Lei, e concludo, è d’accordo con questa proposta? Che assetto azionario dovrebbe avere, secondo lei, la new company (OPAC) quando sarà costituita? Telecom dovrebbe avere in essa la maggioranza oppure questa dovrebbe passare in mani pubbliche?

movifest 2013 dibattito su internet e telecomunicazioni

Video streaming by Ustream

Dibattito al movifest 2013 di Asti, con  Maurizio Gotta ex presidente dell’associazione anti digital divide e Davide Giargia consigliere comunale di Asti.

Abbiamo parlato di decreto del fare al quale ho lavorato in particolare sul art.10 riguardante appunto internet e il wi-fi per il quale ho presentato 2 emendamenti. Uno riguardante l’utilizzo del wi-fi nei locali pubblici, che poneva rimedio al danno che avrebbe altrimenti creato, visto che si voleva costringere i bar, ristoranti ecc. a dotarsi di un sistema per il controllo degli accessi che associasse il mac address all’utilizzatore, per chi non sapesse cos’è il mac address, è un indirizzo fisico della scheda di rete, un numero che la identifica come se fosse un seriale, questo dato è considerato, ai sensi della Direttiva europea sulla riservatezza e del Codice privacy, un dato personale sensibile quindi avremmo obbligato chi volesse fornire connettività ai suoi clienti e ripeto stiamo parlando di bar, ristoranti, gelaterie ecc. non di operatori dedicati a dotarsi di apparecchiature speciali e da configurare, che ovviamente avrebbero comportato maggiori costi e problemi e insomma avrebbero sicuramente disincentivato la diffusione di queste connessioni che come saprete in Italia purtroppo sono già molto meno diffuse che in altri paesi. Tutto questo scompiglio per la conservazione dei mac address non tiene conto che una persona con un minimo di conoscenze informatiche lo cambia in 30 sec. infatti basta digitare 2 righe di comando per i sistemi basati su unix ovvero macOSX e linux, per windows oltre a poterlo fare da riga di comando con il terminale esistono anche dei software con tanto di interfaccia grafica che rendono addirittura più semplice questa operazione! Non contenti di questa situazione hanno fatto ulteriori modifiche rendendo addirittura impossibile l’applicazione di questo articolo. Infatti hanno aggiunto l’obbligo oltre che di memorizzare il MAC address di fornire anche un indirizzo IP pubblico e memorizzare l’associazione di questi due dati. Cosa che è impossibile da realizzare in quanto gli IP pubblici a livello mondiale sono quasi esauriti e anche compagnie telefoniche Fastweb in primis assegnano un indirizzo   IP pubblico a più utenti. Questo secondo obbligo mi dimostra la totale ignoranza informatica del legislatore. Per fortuna hanno capito le cavolate che stavano facendo e hanno accolto in pieno le modifiche che erano state proposte nel mio emendamento il 10.200 inserendo le modifiche direttamente nel testo, visto che la fiducia ha fatto saltare tutti gli emendamenti. Per il secondo emendamento da me presentato purtroppo è andata diversamente. Si prevedeva  degli incentivi per operatori di minore grandezza, quelli che potrebbero andare a creare reti e portare la connettività nei posti non raggiunti dai grandi operatori, ai quali si sa non interessano i piccoli centri. L’allegato 10 del codice delle comunicazioni elettroniche infatti li penalizza molto, perchè l’attuale regime dei contributi non tiene conto della dimensione dell’impresa e quindi al numero dei clienti abbonati effettivi, ma solo della popolazione tecnicamente raggiungibile.

Per stendere la fibra ottica:

27.500 euro l’anno in città sotto i 200.000 abitanti

55.000 euro l’anno in città con più di 200.000 abitanti

110.000 euro l’anno se attivo in tutto il territorio nazionale

Con l’aggravante che se un operatore tira un metro di fibra in una città e un metro in un’ altra diventa un operatore nazionale. Questi costi rendono impossibile lo sviluppo di piccoli operatori territoriali, che conoscendo meglio il circondario potrebbero appunto andare a portare la connettività in quelle zone non raggiunte dai grandi carier nazionali o raggiunte con le mini-adsl che con la loro ridotta velocità di 640kbps sono ormai inadatte agli attuali contenuti web. Il mio emendamento poi trasformato in ODG e bocciato dalla maggioranza del piddi con e senza L mirava invece a far pagare in base al numero degli utenti effettivamente attivi.

Ma del resto lo sappiamo loro non vogliono la diffusione di internet, preferiscono la TV con la quale possono dire cosa vogliono senza confrontarsi con i telespettatori. Infatti i 20 milioni di euro previsti per l’agenda digitale nel centro nord sono stati eliminati in favore delle emittenti televisive, per fortuna hanno lasciato quelli per il sud Italia.

 

Come collegare le prese del telefono per non avere problemi di caduta di linea.

Come collegare le prese del telefono per non avere problemi di caduta di linea.

Uno dei problemi più frequenti quando si è connessi a internet sia con modem analogico che con l’adsl  è che quando qualcuno alza la cornetta o si riceve una chiamata cade la linea. Questo problema la maggior parte delle volte è dovuto dal fatto che le prese sono collegate in serie. Qui sotto spiego brevemente la differenza.

DIFFERENZE

Serie (la telecom di standard gli collega così ma non c’è nessun obbligo)Quando le prese sono in serie alzando la cornetta di un telefono questo isola automaticamente tutte le altre prese, quindi non è possibile ascoltare i dialoghi e tutti gli altri telefoni risultano isolati compreso il modem.

Pro: La privacy,  perchè rispondendo impediamo l’ascolto dagli altri apparecchi.

Contro: La disconnessione da internet se alziamo una cornetta, alcuni apparecchi (quelli vecchi che hanno solo 2 cavi) isolano tutte le prese a valle.

Parallelo Quando le prese sono invece collegate in parallelo tutti i telefoni si sentono tra di loro, in questo modo è possibile che un’altra persona possa ascoltare la nostra conversazione, però non dovremmo più avere problemi di disconnessione.

Pro: Non dovremmo più subire disconnessioni quando alziamo la cornetta oppure riceviamo una chiamata, abbiamo la certezza che tutti gli apparecchi funzionino anche i più datati.

Contro: La nostra conversazione può essere ascoltata da tutti i telefoni

Schemi di connessione

Questo è lo schema per collegare le prese in serie

Mentre questo qui sotto è lo schema per collegare le prese in parallelo.