Elettromagnetismo parte 2: effetti sanitari e limiti emissivi


ELETTROMAGNETISMO PARTE 2: EFFETTI SANITARI E LIMITI EMISSIVI.

Molte delle persone che quotidianamente mi seguono mi pongono queste domande: “Che effetti ha l’elettromagnetismo sul nostro corpo?” oppure: “Quali sono i limiti imposti per legge?”.

Per rispondere a queste, e ad altre domande, è venuto “in soccorso” il Politecnico di Milano che abbiamo audito alla Camera nei giorni scorsi.

#m5s #camera #paoloromano #5g

 

Buone Feste!

Siamo alla fine di un altro anno e vicinissimi al termine naturale della 17ª legislatura…posso dirvi, che sono stati 5 anni molto intensi e molto veloci!

Ho avuto la fortuna, anche grazie a tutti voi di potermi mettere a disposizione del popolo italiano e credo di aver rispettato la costituzione adempiendo il mio compito con disciplina e onore, è stata sicuramente un’esperienza bellissima.

Ne Approfitto quindi per fare gli auguri a tutti e per ringraziare le tantissime persone che in questi anni mi sono state vicine, mi hanno aiutato e mi hanno supportato nella mia attività, senza avere doppi fini, senza cercare di perseguire beceri interessi personali.

Infatti “Solo i buoni sentimenti possono unirci;

l’interesse non ha mai forgiato delle unioni durature”. come diceva un noto filosofo…

Grazie quindi a tutto il movimentato 5 stelle. Per movimento 5 stelle non intendo solo i portavoce, ma tutte le persone che compongono questa grandissima famiglia!!

Ovviamente di strada da fare ce n’è ancora tanta, ma sono convinto che passo dopo passo riusciremo a portare avanti il cambiamento da noi tanto auspicato! I grandi cambiamenti non nascono solo da grandi imprese, ma anche da piccoli gesti quotidiani. Il nostro comportamento nella quotidianità porta informazione e aiuta a far crescere altri. Ognuno di noi ha infatti la possibilità e il dovere di provare a migliorare la società e sono i comportamenti di ogni giorno che la cambiano, le nostre scelte consapevoli che possono modificare la politica, l’economia, la cultura, ecc.

È quindi con viva e vibrante soddisfazione 😂 che vi lascio i miei migliori auguri di buone feste!!!

Ferrovia Alba-Asti: la non risposta del governo al mio Question Time

Oggi, dopo numerosi solleciti, finalmente il Governo, nella persona del Sottosegretario delegato Umberto Del Basso De Caro, è venuto a rispondere ad una mia interrogazione in merito alla riattivazione della storica linea ferroviaria Asti Alba. La mia domanda molto semplice era rivolta a capire quali iniziative il Governo intendesse intraprendere per sostenere la regione Piemonte nell’immediata riattivazione della linea ferroviaria Asti-Alba e delle altre insistenti nel perimetro dei Paesaggi vitivinicoli del Piemonte delle Langhe-Roero e Monferrato, patrimonio mondiale Unesco, quali l’altrettanto storica e strategica linea ferroviaria Alessandria- Nizza Monferrato – Castagnole delle Lanze – Alba.

Più chiaro di così si muore: il Governo intende intraprendere delle iniziative per la riapertura di queste linee. Se si! Quali?

Ebbene! Avete tutti modo di leggere la risposta del Governo qui. Il Sottosegretario è venuto a dirci che l’acqua se riscaldata diventa calda ossia che “il ripristino della linea comporterebbe l’assunzione dell’onere da parte dello Stato delle risorse per la realizzazione delle opere infrastrutturali e per la loro successiva manutenzione, sia ordinaria che straordinaria, da trasferire al gestore attraverso gli strumenti dei Contratti di Programma.” Insomma: la scoperta dell’acqua calda. Invece di dirci cosa intendesse fare per la valorizzazione di una importante linea ferroviaria che attraversa siti patrimonio dell’umanità è venuto a raccontarci lo stato in cui versa la ferrovia, ormai dal 2010 in totale stato di abbandono, e quali interventi infrastrutturali occorrono per il ripristino della galleria Ghersi. Tutte cose note e stranote.

La mia risposta a questa ennesima presa in giro non è mancata. Ho ricordato al sottosegretario che il Governo deve dimostrare con i fatti la volontà di sostenere il trasporto ferroviario che è la modalità di trasporto più efficiente, meno inquinante, più sicura e col minore impatto sul territorio esistente. Invece noi assistiamo da anni a politiche della mobilità tutte incentrate sul trasporto su gomma che rappresenta la più inquinante, energivora e pericolosa modalità di trasporto esistente. Non si riescono a trovare 12 milioni di euro per rendere agibile la galleria Ghersi  quando si pagano milioni di euro per acquistare quote di CO2 da altri Paesi per regolarizzare la nostra posizione in merito ai livelli di emissione consentiti dal protocollo di Kyoto che proprio incentivando il trasporto ferroviario potremmo evitare di pagare. Per non parlare dei miliardi di euro che il Governo spende in progetti faraonici e di inutili, come l’Alta Velocità del Terzo Valico considerata inutile dalle stesse ferrovie dello Stato, mentre si lasciano morire linee ferroviarie storiche e strategiche quali la Asti Alba, la Alessandria- Nizza Monferrato e la Castagnole delle Lanze – Alba che mettono in collegamento paesaggi unici che ci invidiano in tutto il mondo e le cui riattivazioni rappresenterebbero un importante volano economico per questi territori segnati duramente dalla crisi.

Per tutte queste ragioni non potevo essere assolutamente soddisfatto della risposta del Governo che prima va a casa meglio è per tutti.

Asti – 14 novembre 2014 – Evento dedicato all’uso di internet

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La sicurezza su internet sarà l’argomento che animerà la serata. Interverranno e risponderanno alle vostre numerose domande: il deputato Paolo Nicolò Romano e l’eurodeputata Tiziana Beghin. Parteciperanno all’evento anche i consiglieri pentastellati: per la regione Paolo Mighetti e in rappresentanza del comune di Asti, Gabriele Zangirolami e Davide Giargia.

Non mancate, vi aspettiamo numerosi!

Per chi non potesse raggiungerci al Palazzo della Provincia di Asti, potrà seguirci in streaming seguendo questo link:

https://www.youtube.com/watch?v=g2vum8GoXno

Una rete Pubblica per lo sviluppo del paese

Il mio intervento in aula del 10/11/2014 per illustrare la mozione a mia prima firma che propone la creazione di una rete pubblica scorporando l’attuale rete di Telecom Italia.

Deputato Presidente, deputati colleghi, esponente del Governo,

nell’ultimo decennio, l’uso di internet ha raggiunto dimensioni tali che, la disponibilità di connessioni veloci e superveloci per un Paese è ormai una precondizione essenziale per la sua crescita economica e sociale.

Numerosi sono gli studi di autorevoli istituzioni internazionali, quali: OCSE – Banca Mondiale – Unesco, che evidenziano come gli investimenti in banda larga, abbiano effetti diretti e indiretti sulla crescita complessiva dei sistemi economici e sociali.

La Banca Mondiale, quantifica che una variazione di 10 punti percentuali della penetrazione della banda larga, possa generare una crescita del PIL dell’1,2% nei paesi sviluppati.

In virtù di queste considerazioni, la Commissione Europea, nell’ambito dell’Agenda Digitale, ha fissato una serie di target, per stimolare i Paesi membri alla realizzazione di nuove infrastrutture di telecomunicazione, ponendo l’obiettivo di conseguire entro il 2020, una copertura totale della connessione a 30 Mega bit per secondo (Mbps) e, per almeno il 50% della popolazione, di 100 Mbps.
Anche in Italia, numerosi sono gli studi volti a misurare l’impatto economico degli investimenti nella banda larga e ultra larga.

Una ricerca dell’Agcom, l’Authority preposta ad assicurare la corretta competizione degli operatori nel mercato delle telecomunicazioni, evidenzia chiaramente che, se la banda larga arrivasse al 60% delle famiglie e al 90% delle imprese, il potenziale per l’economia italiana sarebbe di un aumento del PIL, nella peggiore delle ipotesi, dell’1,2% e, nella migliore delle ipotesi addirittura del 12,2%.

Secondo questi importanti dati, è possibile constatare che, la realizzazione di reti di accesso a internet ad alta velocità, risulta allo stato attuale insoddisfacente.

Tale infrastruttura avrebbe potuto migliorare di molto le capacità di risposta del nostro Paese alla pesante crisi economica.

Come dimostrano gli indicatori sui progressi dell’Agenda digitale, siamo agli ultimi posti della classifica europea per penetrazione di banda.

L’accesso di nuova generazione, in grado di fornire almeno 30 Mbps è disponibile per il 21% della popolazione mentre la media europea si attesta al 62%.

Ma a sorprendere è la quota effettiva di connessioni ad alta velocità, pari almeno a 30 Mbps: siamo all’1% contro il 21% dei Paesi dell’Unione.

Inoltre a fine 2013, Bruxelles non ha rilevato alcuna connessione ultra-veloce, ovvero con velocità di almeno 100 Mbps.

Questi, sono i dati dell’ultimo rapporto europeo 2014 redatto dalla Unione Europea, sulla qualità della banda larga in Europa. In pratica siamo dietro a Paesi come Romania, Bulgaria o Cipro ed il gap digitale fra l’Italia ed i principali Paesi dell’Unione europea, continua ogni anno ad allargarsi.

Oltre al digital divide con l’Europa e il resto del mondo, persiste un ritardo digitale anche all’interno dei nostri confini, dove persistono intere aree ancora senza nessuna copertura. Il dato più emblematico è rappresentato da quel 45% di popolazione, che ancora non usa internet, anche perché milioni di unità abitative e produttive sono senza infrastrutture di rete. La situazione, inoltre, si presenta critica anche laddove le unità abitative e produttive sono raggiunte dalla connessione, in quanto la sua qualità è la peggiore in Europa. Secondo il rapporto Akami sullo stato di internet, del secondo trimestre 2014, l’Italia compare al 48º posto al mondo per velocità della connessione, ultimi nella graduatoria europea, poiché anche Romania, Cipro e Grecia ci superano.

Il Governo è pienamente consapevole di questa arretratezza, poiché la copertura nazionale della nostra rete infrastrutturale di telecomunicazioni è stata fotografata nel rapporto Caio, il team di esperti istituito dal precedente Governo Letta per fare luce sullo stato degli investimenti nella nostra rete.

Dal rapporto «Raggiungere gli obiettivi Europei 2020 della banda larga in Italia: prospettive e sfide», presentato il 30 gennaio 2014, si sostiene esplicitamente che l’obiettivo della totale copertura della rete con velocità a 30Mbps entro il 2020 è di impossibile realizzazione per una parte rilevante del Paese e, pertanto, si auspica, nelle conclusioni un ruolo attivo, vigile e continuo del Governo e quindi dello Stato, al fine del conseguire gli obiettivi europei, che altrimenti date le condizioni, rimarrebbero a rischio.

Posizione rafforzata dalla recente indagine conoscitiva “sulla concorrenza statica e dinamica nel mercato dei servizi di accesso e sulle prospettive di investimento nelle reti di telecomunicazioni a banda larga e ultra-larga”, realizzata congiuntamente da Antitrust-Agcom e resa pubblica due giorni fa, dove si arriva alla conclusione che per potenziare in Italia lo sviluppo delle reti fisse di nuova generazione è necessario un intervento pubblico visto che non è possibile contare sugli investimenti privati a causa degli alti costi irrecuperabili e della concorrenza che riduce ricavi e margini. Non solo! Le due Authority arrivano a sostenere che: “la realizzazione di un assetto di mercato caratterizzato dall’esistenza di un operatore di rete “puro”, non verticalmente integrato nella fornitura di servizi agli utenti finali, costituisce evidentemente lo scenario “ideale” sotto il profilo concorrenziale e più “lineare” dal punto di vista della regolamentazione.”

È di unanime condivisione che, l’inadeguatezza della nostra infrastruttura di rete rappresenta la causa principale della difficoltà del nostro Paese ad uscire da questa perdurante crisi economica e, questo è paradossale, considerando che l’Italia è stata per anni all’avanguardia nel mondo delle telecomunicazioni.

Infatti, Telecom Italia, prima della privatizzazione, era la più importante società di telecomunicazioni del mondo. Con 120.000 dipendenti solo in Italia, contava 30 partecipate estere, disponeva di un ingente ed innovativo patrimonio tecnologico e di conoscenze tali da essere stata la prima a portare sul mercato le carte prepagate.

Se non fosse stata privatizzata, sarebbe anche stata la prima in Europa a portare la fibra ottica in 20 milioni di abitazioni con il progetto «Socrate». Il suo debito, pari al 20% del fatturato, era assolutamente trascurabile. Con la privatizzazione avviata nel 1997 dal 1º Governo Prodi ad oggi, Telecom Italia è stata progressivamente depauperata delle proprie risorse umane, finanziarie e strumentali, per ripianare i cospicui debiti serviti per le sue scalate. Secondo stime di Asati, l’associazione dei piccoli azionisti di Telecom Italia, la privatizzazione è costata direttamente alla compagnia di bandiera 26 miliardi di euro, 70.000 posti di lavoro, la svendita del suo immenso patrimonio tecnologico ed immobiliare e, indirettamente, all’intero sistema Paese, costi economici e sociali inquantificabili per l’inadeguatezza della sua infrastruttura. Se oggi il nostro Paese ha una enorme difficoltà ad uscire dalla crisi economica, questo è dovuto alle scelte scellerate di chi ha voluto privatizzare un assett fondamentale per la nostra sicurezza e per il nostro sviluppo economico! Quanto successo a Telecom Italia grida vendetta! Come M5S abbiamo presentato una proposta di legge per istituire una Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla privatizzazione di Telecom Italia, perché vogliamo fare luce sulle responsabilità politiche ed imprenditoriali di uno degli scandali più vergognosi della nostra storia repubblicana. Vogliamo fare luce su quanti si sono arricchiti nel corso degli anni con la sua privatizzazione a debito, drenando miliardi di euro di risorse, svendendo il suo notevole patrimonio tecnologico ed immobiliare, indebitando enormemente l’azienda, causandone il suo depauperamento, e privandola così delle risorse economiche indispensabili per gli investimenti e per mantenere i necessari livelli occupazionali, ridotti ad appena 50 mila dipendenti a fronte di società omologhe europee che ne hanno almeno il doppio. Noi vogliamo che i responsabili politici ed imprenditoriali paghino per queste scelte dissennate! Per questo a nome di tutto il gruppo parlamentare del M5S esprimo pubblicamente la piena solidarietà a Maurizio Matteo Decina, giovane dirigente di Telecom Italia, che ha avuto il coraggio di denunciare questa scandalosa truffa a danno del Paese, scrivendo un libro dal significativo titolo “Goodbye Telecom” che si è visto costretto a ritirare per non incorrere in un lungo contenzioso legale contro Marco Tronchetti Provera, che ha chiesto un risarcimento danno monstre di 10 milioni di euro.

Questa è una vergogna! Pensavamo di essere in un Paese libero e invece siamo tornati alla censura! Ci sono alcuni temi tabù nel nostro Paese! Guai a scrivere sulla privatizzazione di Telecom Italia: scattano denunce milionarie! Noi del M5S non ci facciamo intimidire! Vogliamo vederci chiaro su chi ha causato lo scempio di Telecom Italia a danno dell’intero Paese. Vogliamo sapere: perché attualmente Telecom Italia è ancora gravata di un indebitamento netto pari a 28 miliardi di euro; perché gli investimenti finora assicurati da Telecom Italia si sono dimostrati insufficienti per garantire il raggiungimento degli obiettivi previsti dall’Agenda digitale europea; perché è stata consentita la presenza nel suo azionariato di gruppi stranieri concorrenti come Telefonica, la compagnia telefonica iberica, diretta concorrente sui mercati internazionali della stessa Telecom Italia. Si sapeva da anni che le strategie commerciali di Telefonica erano antitetiche a quelle di Telecom Italia, eppure, le si è concesso di prendere il controllo di fatto di una società strategica come Telecom Italia, a danno di assett remunerativi come Tim Brazil e Telecom Argentina che gli spagnoli hanno fatto di tutto per liberarsene. Ci chiediamo cosa succederebbe se in una compagnia spagnola o francese, come nel caso della subentrante Vivendi, dovessero esserci delle scalate nel capitale di gruppi finanziari arabi o cinesi? Non sono indiscrezioni di stampa quelle che circolano in merito ad un interessamento di Fondi arabi sulla nostra rete di telecomunicazioni. Il fatto stesso che circolano queste voci sono la dimostrazione lampante dell’incapacità dell’attuale assetto societario di garantire non solo politiche industriali efficaci, ma anche la stessa sicurezza della rete e delle informazioni che vi transitano. Internet è uno strumento indispensabile per la libertà di un popolo, perché consente l’espressione dei cittadini, l’accesso alle informazioni, alla istruzione, alla formazione, alla cultura e, non solo, speriamo presto, anche l’accesso ai servizi sanitari, fiscali, amministrativi e giudiziari. Internet è un fattore decisivo ai fini dello sviluppo e della crescita economica del Paese, poiché la quasi totalità della nostra economia si fonda sull’utilizzo della rete. Per queste ragioni economiche e di sicurezza nazionale occorre agire immediatamente per un ritorno della nostra infrastruttura di telecomunicazione in mano pubblica, attraverso lo scorporo ovvero la societarizzazione della rete, in modo da garantire sia gli investimenti necessari a raggiungere gli obiettivi dell’agenda digitale che l’equivalence of input, la parità di trattamento di tutti gli operatori del mercato, attualmente di difficile realizzazione come ha attestato la recente sentenza del Tar del Lazio dell’8 maggio 2014, che ha confermato la condanna a Telecom Italia per abuso di posizione dominante.
Lo scorporo, ovvero la separazione societaria della rete non contrasta con la Costituzione e la normativa nazionale ed europea. Non contrasta in primis con l’articolo 41 della Costituzione che pur stabilendo che «l’iniziativa economica privata è libera» questa non «può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.» Principio di utilità sociale rafforzato dall’articolo 43 della Costituzione che stabilisce che: «ai fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.» La nostra rete di telecomunicazioni, che possiede caratteristiche di monopolio naturale, è una risorsa strategica per il nostro Paese, poiché garantisce quei servizi pubblici essenziali e di enorme interesse generale, quali la libertà di comunicazione, l’accesso alla conoscenza, la competitività e la crescita economica delle imprese, che sono costituzionalmente sanciti.

Anche in ambito comunitario, non si evincono preclusioni alla separazione e ripubblicizzazione ex lege dell’infrastruttura di rete, in quanto l’articolo 36 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea, sancisce la tutela e il rispetto dell’accesso ai servizi di interesse economico generale, la cui individuazione rinvia alle legislazioni e prassi nazionali.

Inoltre, nell’ambito dei servizi di interesse economico generale, l’articolo 14 del Trattato che istituisce la Comunità europea, limita la regola della concorrenza preservando aree di intervento in via esclusiva dei poteri pubblici attraverso strumenti normativi, anche necessari ed urgenti come i decreti-legge.

L’articolo 86, paragrafo 2, del trattato della Comunità europea invece, sancisce che i servizi d’interesse generale sono sottoposti «alle norme di concorrenza, nei limiti in cui l’applicazione di tali norme non osti all’adempimento, in linea di diritto e di fatto, della specifica missione loro affidata» mentre, la neutralità rispetto al regime di proprietà, pubblica o privata delle imprese è sancito dall’articolo 295 del trattato CE.

Per quanto riguarda la normativa nazionale, lo Stato dispone di poteri speciali esercitabili dal Governo, cosiddetti golden power, stabiliti con decreto-legge n. 21 del 2012 recante «norme in materia di poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonché per le attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni». Questi poteri speciali, emanati recentemente dal Governo con i decreti attuativi, pubblicati nella Gazzetta Ufficiale del 6 giugno 2014, consistono nella possibilità di far valere il veto dell’Esecutivo alle delibere, agli atti e alle operazioni concernenti asset strategici, qualora essi diano luogo a minaccia di grave pregiudizio per gli interessi pubblici, relativi alla sicurezza e al funzionamento delle reti e degli impianti e alla continuità degli approvvigionamenti, ivi compresi le reti e gli impianti necessari ad assicurare l’approvvigionamento minimo e l’operatività dei servizi pubblici essenziali.

Inoltre, esiste anche la possibilità per l’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni, di procedere ai sensi dell’articolo 50-bis del Codice delle comunicazioni elettroniche, alla separazione funzionale involontaria, imponendo alle imprese verticalmente integrate, nel caso specifico Telecom Italia, la collocazione delle attività relative alla fornitura all’ingrosso di prodotti di accesso in un’entità commerciale operante in modo indipendente, questo se è dimostrata l’incapacità della stessa di garantire una efficace concorrenza, oppure una fornitura all’ingrosso di detti prodotti di accesso.

Ho già citato la recente sentenza del Tar del Lazio dell’8 maggio 2014 che condanna Telecom Italia per abuso di posizione dominante.
La separazione societaria della rete di accesso, oltre che rafforzare l’assetto concorrenziale del mercato a vantaggio dei cittadini, appare una precondizione per consentire l’ingresso di nuovi capitali nella costituenda società, in grado di sostenere gli investimenti necessari per l’ammodernamento della rete ed il passaggio alla fibra ottica, in linea con gli obiettivi fissati nell’Agenda digitale europea.

Per tale ragione, con la presente Mozione chiediamo al Governo di: provvedere, ricorrendo ad iniziative normative d’urgenza, al necessario e urgente scorporo, ovvero alla separazione societaria, della infrastruttura della rete di telecomunicazione mediante la costituzione di una società della rete a maggioranza pubblica;
a consentire nella nuova società l’ingresso anche di privati, in primis gli altri operatori di telecomunicazioni (OLO), favorendo la costituzione di una rete unica pubblico-privata, in modo da centralizzare la governance con una regia unica, che ottimizzi gli investimenti, evitando così sovrapposizioni e aree scoperte, in quanto non remunerative, e che garantisca tempi certi di realizzazione.

Chiediamo un modello di governance della nuova società della rete del tipo public company, in cui, oltre a riservare la maggioranza del capitale allo Stato, sia garantita un’adeguata rappresentanza nel CdA di dipendenti e azionisti di minoranza, così da attuare concretamente quanto sancito agli artt. 46 e 47 della nostra Carta Costituzionale, sulla partecipazione dei lavoratori nella gestione dell’impresa, e sull’azionariato diffuso che erano, tra l’altro, anche nelle intenzioni originarie del legislatore, nella iniziale privatizzazione di Telecom Italia. Sappiamo come è andata a finire.

Con la nostra Mozione chiediamo, inoltre, al Governo di assicurare la presentazione di un piano industriale indirizzato ad un più rapido sviluppo delle reti in fibra di nuova generazione, coerentemente con gli obiettivi posti dall’Agenzia Digitale Europea, anche attraverso l’integrazione degli assett in fibra ottica e rame già di proprietà di enti locali, enti governativi e partecipate.
Infine, aspetto che riteniamo centrale, chiediamo un impegno del Governo alla piena tutela e valorizzazione dell’occupazione e del patrimonio di conoscenze e competenze di Telecom Italia. Su questo punto vorrei soffermarmi maggiormente. Nemmeno un posto di lavoro si dovrà perdere dallo scorporo della Rete Telecom! La componente lavoro ha già pagato un prezzo altissimo dalla sua scellerata privatizzazione. Ripubblicizzando un asset fondamentale per il nostro Paese, l’occupazione in Telecom Italia non solo non diminuirà, ma aumenterà portandola ai livelli degli altri partner europei, perché sarà eliminata alla radice la logica speculativa sottesa ai licenziamenti di massa di questi ultimi anni e, saranno avviati quei massicci investimenti pubblici necessari al raggiungimento dei traguardi europei. Ci sono studi che dimostrano in maniera inoppugnabile, che lo scorporo della rete Telecom farebbe bene innanzitutto ai lavoratori della stessa Telecom Italia. Ipotizzando lo scenario di un investimento minimo di 3 miliardi di euro. Questa somma sarebbe sufficiente a finanziare un numero di unità in larga banda, pari a circa 7 milioni di linee, circa un terzo delle abitazioni italiane. Si stima che questo genererebbe un fabbisogno occupazionale pari a 41.000 unità di lavoro in un orizzonte temporale di 10 anni. Si tratta di nuovi posti di lavoro per la realizzazione e gestione della rete, compresa la componentistica elettronica. Questa è l’occupazione generata direttamente dal progetto o che è riferibile agli investimenti e alla gestione della rete. A questo tipo di occupazione bisogna aggiungere quella derivante dall’incremento del PIL per effetto della nuova rete. Come ho detto in apertura del mio intervento, secondo le maggiori istituzioni internazionali, tra cui la Banca Mondiale, un 10% di penetrazione della larga banda ha un impatto sul PIL pari all’1,2%. Sommando i due impatti occupazionali, quello diretto del progetto e quello dovuto all’incremento del PIL, si avrebbero una media di 250.000 unità di lavoro per 10 anni. È più che presumibile, che una parte di questo fabbisogno vada a compensare possibili esuberi causati dallo scorporo e, che una buona parte si possa considerare come nuova occupazione. Quindi i lavoratori di Telecom Italia non devono avere nulla da temere dallo scorporo della rete, perché questa farebbe fare quel salto di qualità ad una azienda ormai decotta, con la realizzazione di nuovi investimenti e la promozione di nuovi servizi. Oltre all’implementazione e gestione della rete, i livelli occupazionali di Telecom Italia sarebbero mantenuti con piani di finanziamento, controllo e realizzazione di nuovi servizi innovativi nei mercati emergenti, come la telemedicina, teleassistenza, domotica, videosorveglianza, teledidattica, applicazioni di logistica, infomobilità ecc. che avrebbero anche delle enormi ricadute economiche e sociali.

Concludo nel dire che, è arrivato da parte del Governo, il momento di rompere gli indugi. Da quello che si apprende dalla stampa, esiste un dossier sullo scorporo delle rete Telecom. Mostrateci le carte! Dimostrateci che la rete Telecom non sia parte degli accordi segreti tra Renzi e Berlusconi, come alcuni commentatori sostengono, essendo note le ambizioni di Mediaset su Telecom Italia.

Il Paese non può più attendere iniziative di forte rilancio e sviluppo della nostra economia. Per questo chiedo al Governo e a quest’Aula il pieno appoggio alla nostra Mozione per la separazione societaria della infrastruttura della rete di telecomunicazione.

Grazie

 

rete pubblica

 

La rete: una grande infrastruttura per ricominciare

 

C’era una volta Telecom.
120000 dipendenti solo nel nostro Paese.
30 partecipate estere.
Tecnologia all’avanguardia.
Ed un progetto ambizioso: essere la prima rete al mondo in fibra ottica (progetto Socrate).
Poi la privatizzazione. Ed il suo “spolpamento”.
Ci apprestiamo a discutere la mozione sullo “scorporo” della rete Telecom.
Ormai è un fatto accertato che internet è uno strumento d’importanza fondamentale per la crescita economica di ogni paese . La rete è quindi una risorsa strategica per il Nostro Paese e per la sua crescita economica. Per questo è naturale che sia il Paese e, di conseguenza i suoi organi preposti, a dover garantire investimenti e a potenziare l’infrastruttura della telecomunicazione in modo da poter offrire a tutti libertà di comunicazione, competitività e crescita in ogni settore.

A questo link il testo completo della mozione.

Terzo valico dei Giovi a chi serve?

Mentre il Paese affoga sotto il fango, il Governo si appresta, con questo provvedimento, a finanziare opere inutili come il Terzo valico dei Giovi per la linea dell’Alta Velocità Milano-Genova. L’articolo 3, infatti, destina al c.d. Fondo “sblocca cantieri” 3 miliardi e 890 milioni di euro e dispone che le suddette risorse vengano assegnate, con uno o più decreti, sia a singoli interventi sia a categorie generiche di interventi. Tra questi, all’articolo 3, risulta il Terzo valico dei Giovi, linea AV/AC Milano-Genova, un’opera talmente inutile che fu osteggiata dagli stessi vertici delle Ferrovie dello Stato quando fu presentata agli inizi degli anni novanta. Note sono in  merito le dichiarazioni di Lorenzo Necci, l’allora Commissario Straordinario delle Ferrovie dello Stato, che l’aveva considerata non remunerativa in termini di flussi di traffico. Stessa posizione assunta anche dai suoi successori come Mauro Moretti che dal 2006, da quanto assunse l’incarico ai vertici delle Ferrovie dello Stato, ha sempre rilasciato dichiarazioni sulla sua totale inutilità. Eppure il sistema dei partiti, ai vari livelli di Governo, ha sempre spinto per la realizzazione di quest’opera sovrastimando le stime sui flussi di traffico passeggeri e merci in modo da giustificarne la pubblica utilità. Ci chiediamo come sia possibile questa sopravalutazione quando risulta non essere mai stata preparata una reale e dettagliata valutazione costi-benefici relativa all’infrastruttura. Costi che sono da brivido per un Paese super indebitato come l’Italia. A distanza di oltre 20 anni dalla presentazione del progetto il preventivo per i 54 chilometri del Terzo Valico è lievitato a 6 miliardi e 200 milioni di euro, ossia 115 milioni di euro al km. Tutti soldi pubblici! Perché degli oltre sei miliardi di euro nemmeno un centesimo verranno coperti dai privati ai quali è stata affidata, senza alcuna gara di appalto, la progettazione, la realizzazione e la verifica dei lavori. Anche l’Europa non stanzierà un euro. Se consideriamo che i costi a preventivo aumentano in genere di 2, 3 volte a fine lavori, dobbiamo ipotizzare che quest’opera arriverà a costare sui 20 miliardi di euro. Qualcuno potrebbe sostenere che trattandosi di un investimento prima o poi questi soldi torneranno indietro. Purtroppo non sarà così! Non solo questi soldi non saranno mai recuperati ma, secondo un piano di fattibilità di Rete Ferroviaria Italiana (RFI) del 2004, si stima che solo il 15 per cento del costo della realizzazione e delle spese di funzionamento e relativa manutenzione dell’opera verrà coperto dai ricavi di mercato. Il restante 85 per cento resterà a carico delle casse dello Stato in modo perpetuo! Altro che investimento! Quest’opera rappresenterà un suicidio economico per il Paese!

Pertanto, con il mio ordine del giorno, chiedo al Governo di procedere nel più breve tempo possibile ad avviare, secondo criteri di massima trasparenza e attraverso un ampio coinvolgimento dei soggetti interessati, una reale analisi dei costi e dei benefici dell’opera esaminando non solo l’impatto economico-finanziario ma anche  socio-ambientale che avrà sulle finanze pubbliche. Inoltre, chiedo al Governo di valutare l’opportunità di sospendere la realizzazione dell’opera destinando le risorse ad oggi individuate per interventi di ammodernamento e messa in sicurezza delle linee esistenti.

 

 

Enav e’ in salute, stop alla privatizzazione!

logo enavIn questi giorni stiamo lottando per impedire la privatizzazione di Enav Spa, l’Ente Nazionale di Assistenza al Volo.

Infatti, si vuole cedere il 49%  di Enav, giustificando questa decisione con il fatto che servono soldi in tempi brevi per cercare di tamponare il nostro gigantesco debito pubblico.

E i nostri sommi esperti del Governo, cosa fanno? Vendono (anzi, svendono), questa eccellenza italiana, che garantisce la sicurezza dei nostri voli, per 500 milioni di euro. Una cifra che è una goccia nel mare del debito che grava sul nostro Paese e che non porterà ad alcun miglioramento concreto per i nostri conti.

Non solo: il Governo ha deciso di vendere Enav, ma fino a questo momento non si sa nulla di più: come sarà venduta? Chi sarebbero gli acquirenti? Saranno posti dei vincoli per evitare i conflitti di  interesse ? Su tutto questo, silenzio.

L’Amministratore delegato di Enav, Massimo Garbini, durante l’audizione in commissione Trasporti, ha difeso il processo di privatizzazione affermando che questo passaggio è fondamentale per competere in un mercato difficile e globale.

Peccato che Enav sia un’eccellenza italiana perfettamente in grado di competere a livello internazionale, per cui le motivazioni di Garbini sono estremamente deboli. Infatti, analizzando il bilancio della società si legge che nel 2012 Enav ha avuto un utile di 23 milioni di euro. Se quello non fosse stato un anno nero per il trasporto aereo in Italia (la lenta eutanasia di Alitalia e il fallimento dei due vettori Wind Jet e Blu Panorama) l’Ente avrebbe raggiunto i 50 milioni di euro di utili.

E noi una società sana come questa  la vendiamo al primo che passa? Stando cedendo uno ad uno pezzi della nostra sovranità come se questa fosse una cosa normale. Ci sono troppe cose che non quadrano in questa operazione e forse capiremo davvero dove i signori del Governo stanno andando a parare quando usciranno allo scoperto i nomi dei possibili acquirenti.

Attenzione Renzi ci tassa i cellulari!

renzi al telefono

Oggi in commissione telecomunicazioni abbiamo discusso della tanto contestata tassa di concessione governativa (TCG) sui telefoni cellulari.

Se passerà questa norma “vergogna” gli italiani continueranno a pagare un’imposta annua di 62 euro per il solo fatto di possedere un cellulare e se sei un imprenditore l’imposta lievita a 155 euro. Alla faccia della promessa di riduzione delle tasse sbandierata dal nuovo Esecutivo.

Il Governo Renzi e la sua maggioranza ha dato il parere favorevole a questa norma volta a condizionare la decisione della Suprema Corte di Cassazione in merito alla legittimità della tassa di concessione governativa sui telefoni cellulari.

La norma interpretativa da me contestata in commissione equipara il cellulare, anche se loro lo chiamano “apparecchiatura terminale per il servizio radiomobile terrestre di comunicazione” alle stazioni radioelettriche su cui si applica la tassa.
Adesso che si deve esprimere il massimo organo della magistratura, dopo anni di accese contese,  il Governo Renzi in maniera del tutto arbitraria e scorretta interviene con una norma interpretativa per condizionarne l’esito.

Nemmeno Berlusconi è arrivato a tanto!

Inoltre nella relazione non mi convincono le cifre dell’eventuale ammanco, infatti il Governo stima 8 miliardi mentre la sezione tributaria della Corte di Cassazione parla di 3 miliardi e mezzo.

Questa tassa crea anche una differenza incomprensibile tra chi usa il cellulare con contratti post-pagati, che è soggetto al pagamento, mentre chi preferisce i contratti pre-pagati è esente, visto che gli utenti fanno uso del medesimo strumento, non capisco il motivo di questa differenza, non sarebbe meglio eliminarla a entrambi? Come peraltro il governo si era impegnato a fare approvando un ordine del giorno al Senato, che prevedeva appunto l’abrogazione di questa contestata e tanto odiata tassa!

Interrogazione Askoll (Ex. Ceset)

askoll

Oggi ho depositato negli uffici della commissione XI Lavoro pubblico e privato, un’interrogazione rivolta al Ministro del lavoro, per quanto concerne la delocalizzazione e la conseguente chiusura dello stabilimento Askoll di Castell’Alfero.

L’interrogazione scritta e condivisa con le RSU (rappresentanti sindacali unitari) chiede, quali iniziative intende intraprendere il governo per:

  1. Scongiurare il pericolo di chiusura, delocalizzazione e esternalizzazione delle attività.
  2. Promuovere un piano industriale che incentivi la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica in quei settori in cui possiamo acquisire una leadership mondiale come la mobilità eco-sostenibile.
  3. Accertare che la delocalizzazione di immobilizzazioni materiali e di know how tecnologico, e tutto ciò che concerne le proprietà intellettuali registrate e non, effettuata da Askoll verso i suoi stabilimenti esteri, in particolare Slovacchia, Romania e Cina, sia avvenuta nel rispetto della vigente normativa fiscale in termini di trasfer price.
  4. Verificare l’impatto sul bilancio dello Stato dei finanziamenti pubblici erogati in questi anni all’Azienda e a Società del gruppo, da tutti i livelli istituzionali, direttamente per ricerca, innovazione e sviluppo di prodotti e indirettamente sotto forma di trattamenti previdenziali ed assistenziali, come il ricorso alla CIGS (cassa integrazione guadagni straordinaria) e ai Contratti di Solidarietà, per i suoi dipendenti.
  5. Appurare se le motivazioni addotte dalla Askoll, per delocalizzare le sue attività e i suoi prodotti all’estero, siano eticamente ed economicamente effettivamente fondate oppure se siano dettate unicamente da logiche finanziarie di natura speculativa.

L’interrogazione è stata firmata oltre che da me e Daniele Pesco, con il quale ho incontrato i lavoratori al presidio davanti alla fabbrica, da tutti i deputati del M5S della commissione lavoro.
Auspico inoltre, vista la situazione di assoluta emergenza, che anche i deputati di altri schieramenti politici, in particolare gli eletti del territorio astigiano possano condividerla e firmarla.

Questo il testo completo dell’interrogazione: STABILIMENTO ASKOLL P&C – interrogazione