In visita al datacenter TIER IV di Fastweb

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Oggi, insieme all’intergruppo #innovazione, siamo stati ospiti di Fastweb, presso il datacenter di Milano, uno dei primi ad avere ottenuto l’importante certificazione TIER IV, ovvero il livello più alto di garanzia che un datacenter può offrire. Tutti i componenti devono essere completamente ridondati a partire dai circuiti elettrici, di raffreddamento e ovviamente quelli di rete. Tutto deve essere pronto anche in caso di gravi incidenti tecnici a farsi carico della parte non funzionante e senza mai interrompere la disponibilità dei server.
Abbiamo inoltre parlato dello sviluppo delle prossime reti #5G e visitato il Security Operations Center, dove un team altamente qualificato svolge attività di controllo e repressione contro il #cybercrime, malware/ransomware, cyberspionaggio e attacchi DDoS.

EyePiramid: cyber spionaggio o cyber ignoranza?

Tutta questa vicenda mi sembra quasi una parodia di una storia di spionaggio.
Infatti, se andiamo ad analizzare quello che è successo, si tratta più di un caso di cyber ignoranza che di Cyber Spionaggio, il tutto ingigantito a sua volta dall’ignoranza dei media.
Infatti, mi chiedo come sia possibile che apparecchiature informatiche, appartenenti a esponenti di vertice delle nostre istituzioni, siano state infettate da un malware risalente addirittura al 2011, che si è propagato tramite un file eseguibile allegato alle mail.
Questa è la classica situazione che qualsiasi software antivirus dovrebbe riconoscere all’istante, ma non solo i software, basta infatti un minimo di conoscenza informatica per capire che quel allegato non andrebbe mai aperto.
Tutto questo lo dico, non per difendere o sminuire il caso Occhionero, ma per dare il giusto peso a questa vicenda.
Ora mi domando, ma se due improbabili personaggi, come i fratelli Occhionero, sono riusciti indisturbati e con estrema facilità a spiare i computer di importanti personalità pubbliche del nostro Paese. Cosa potrebbero fare i ben più esperti hacker di stato russi, cinesi o di qualche altro paese a noi concorrente? Che strumenti abbiamo per difenderci?
Abbiamo il “Cert Nazionale Italia”, che dovrebbe coordinare o offrire servizi di sicurezza cibernetica a tutte le realtà pubbliche e private, che attualmente ha un organico di appena dieci persone.
Poi c’è il “Cert PA” della Pubblica Amministrazione, che dovrebbe garantire la sicurezza degli Enti statali e locali che però è messo persino peggio, funzionando solo “in orario d’ufficio”, come se gli hacker riposassero la notte o si astenessero dalle intrusioni nei weekend.
Il loro organico è di due funzionari e tre tecnici precari.
I nostri militari sono messi un po’ meglio, ma siamo ancora ben lontani da paesi come la Germania che ha stanziato un miliardo di euro e impiega ben 13.500 soldati con il compito di proteggere Enti statali e società private. In Italia tra civili e militari non arriviamo a quaranta addetti e per di più nemmeno a tempo pieno.
Ad aggravare ulteriormente la situazione, bisogna dire che siamo l’unico Paese al mondo, ad aver privatizzato l’infrastruttura di rete, e il signor ministro che oggi è qui a parlarci di cyber sicurezza, è uno degli artefici di questo scempio!
Infatti, da sottosegretario del governo D’Alema, bloccò il Ministero delle Finanze dall’esercitare la golden share, per impedire la scalata a debito della principale rete di telecomunicazioni del nostro Paese!

Concludo ricordando che il M5S ha più volte proposto di:

  • Chiedere che la cyber sicurezza fosse trattata in occasione dei vertici internazionali del G7 di Taormina e del G20 di luglio in Germania;
  • Velocizzare l’entrata in vigore della “strategia nazionale sulla sicurezza della rete e dei sistemi informativi” che ci chiede l’Europa con la direttiva NIS;
  • Istituire un’unica cabina di regia della cyber sicurezza che si occupi di coordinare le risposte e gli interventi per la sicurezza informatica in caso d’incidenti;
  • Avviare continue esercitazioni a tutti i livello dello Stato che oggi sono una rarità, il “Cert PA” prevede un’esercitazione l’anno, mentre il “Cert Italia” addirittura una ogni due anni.
    Procedere alla modernizzazione dei server di proprietà pubblica. Su 896 data center analizzati, il 40% non ha neppure il “certificato di agibilità fisica”;
  • Vietare l’acquisto di computer e componentistica da Paesi non sicuri che possono inviarci macchine già “compromesse”, favorendo negli acquisti le nostre aziende produttrici;
  • Riprendere il controllo delll’infrastruttura di rete, da cui passano tutte le informazioni sensibili e quindi anche i cyber attacchi;
  • Non limitarci solo alla difesa ma, quando occorre, attaccare i computer da dove hanno origine le intrusioni;
  • Lavorare per una maggiore alfabetizzazione digitale, chiunque usi un computer dovrebbe essere in grado di riconoscere un banale malware come quello usato da Occhionero.

Ma forse è volere troppo da un Governo che non riesce a tutelare i confini materiali, figuriamoci quelli immateriali del web.

Telecom Italia: lo scorporo della rete strada da sostenere

Scorporo rete Telecom M5S Paolo RomanoDalla stampa apprendiamo che il nuovo management di Telecom Italia a guida Cattaneo starebbe valutando seriamente l’ipotesi di
uno scorporo dell’infrastruttura di rete. Si tratterebbe di una sorta di revival di un analogo progetto promosso da Franco Bernabé che però gli costò le sue laute dimissioni per la contrarietà di Telefonica, la compagnia telefonica spagnola, che, assurdo solo pensarlo, era azionista di riferimento di Telecom Italia ma anche il suo principale antagonista nei mercati emergenti del sud America. Tutti ricordano come andò a finire. La proposta di Bernabè di scorporo della rete telecom, attraverso la costituzione di una newco dove sarebbe entrata anche la Cassa Depositi e Prestiti, venne bocciata dagli iberici che all’opposto puntarono dritti alla vendita di Telecom Argentina e Tim Brasil.

Adesso la stessa idea torna in auge con la nuova gestione Cattaneo, perché ormai Telecom Italia sa perfettamente che solo una “ri-scossa” potrà salvarla dall’ingresso nel mercato della fibra di un colosso come Enel che ha già una sua infrastruttura di rete fortemente radicata sul territorio nazionale.
O la va, o la spacca” avranno pensato gli attuali vertici di Telecom Italia. Pertanto, l’unico modo per aumentare gli investimenti nella banda larga è separare l’infrastruttura dai servizi così da liberarsi dai lacci regolatori che impongono i canoni di unbundling (per intenderci: l’affitto della rete agli altri operatori oggi fissata dall’Authority delle comunicazioni) in modo da determinarli con più autonomia tenendo conto dei livelli di investimento che a questo punto conviene aumentare il più possibile per conseguire il doppio obiettivo di tagliare la strada ad Enel in molte aree del Paese ed aumentare le tariffe d’affitto per tutti gli operatori.

Insomma: crediamo che quello dello scorporo rappresenti la soluzione migliore per una grande azienda come Telecom Italia anche a fronte delle forti preoccupazioni sul rischio di una svalutazione della rete con conseguente riduzione dei livelli occupazionali che, se fossero confermate le voci degli oltre 15 mila esuberi, rappresenterebbero un vero colpo per l’intero Paese.

Come M5S chiediamo, come abbiamo tra l’altro più volte fatto anche facendo calendarizzare una Mozione parlamentare, che il Governo si attivi per favorire la nascita di un’unica infrastruttura di rete gestita da un’unica Società con un’unica governance a maggioranza pubblica contro l’attuale frammentazione.

Non è tollerabile, infatti, che l’Italia, nazione caratterizzata da un grave digital divide esterno ed interno, veda sovrapporsi piani di investimento fra i due gruppi, come già sta avvenendo a Perugia e Milano, senza nessun coordinamento tra di loro anzi! Facendosi apertamente la guerra nelle aree più remunerative mentre il resto del Paese è completamente abbandonato.

Mentre attendiamo maggiori ragguagli sulle reali intenzioni di Telecom Italia in merito allo scorporo della sua rete, il Governo si attivi immediatamente per favorire la massima sinergia fra i due gruppi, istituendo una cabina di regia presso il MISE utile ad impedire la sovrapposizione degli investimenti tra le due società così da impedire una inutile duplicazione di costi e sperpero di risorse. Solo in questo modo il Governo potrà svolgere un ruolo attivo e neutrale in un settore come le tlc che ha un forte bisogno di investimenti e allo stesso tempo di salvaguardare l’occupazione e il patrimonio di competenze in particolare di Telecom Italia che rappresenta per il suo know-how ancora un’azienda fondamentale per il Paese.

Due strade per internet


In questi giorni di gran fermento per il settore delle telecomunicazioni, sia italiano che internazionale, si è parlato molto, oltre che dei mega bonus concessi al nuovo amministratore delegato di Telecom Italia Flavio Cattaneo, anche della partita per la conquista di Metroweb, società controllata da Cassa Depositi e Prestiti, che gestisce la rete in fibra in grandi città come Milano. Fino a ieri Metroweb era contesa tra Enel open fiber e Telecom Italia. Quest’ultima però ne è uscita sconfitta in quanto CDP ha preferito l’offerta di Enel, seppur inferiore.Per certi versi condivido questa scelta perché, se Metroweb fosse finita nelle mani di Telecom Italia, si sarebbe ripristinato di fatto il monopolio. Per altri versi, invece, questa scelta mi desta non poche preoccupazioni riguardo le possibili ricadute occupazionali. Telecom, infatti, ha già annunciato probabili esuberi. Spero che si tratti solo di annunci messi in circolazione da Telecom a scopo “ricattatorio” nei confronti del governo che sta apertamente spalleggiando Enel.

L’Italia, da nord a sud, è costellata di comuni con problemi di accesso ad internet ad una velocità decente. Portare in tutte le zone d’Italia una connessione ad internet degna di un paese che vuole essere al passo coi tempi, garantirebbe ampio lavoro sia per Telecom, sia per Enel. Ma le due società, invece di pianificare la copertura della rete sul territorio italiano, dividendosi le zone in cui lavorare, hanno iniziato a farsi la guerra contendendosi il podio della rete più veloce in quelle città dove già esiste una rete veloce.

Di conseguenza, proprio osservando come si stanno comportando le due società e anche l’atteggiamento del nostro governo, torno a ribadire che le nostre proposte in merito rimangono a tutt’oggi giuste. Oserei dire, anzi, che sono l’unica soluzione di buon senso: la mappatura di tutte le reti e dei cavidotti esistenti, imprescindibile se si vuol evitare sovrapposizioni, lavori e spese inutili, e la necessità di una società pubblica che controlli l’infrastruttura di rete e indirizzi gli investimenti nelle cosiddette aree “a fallimento di mercato”. Queste proposte eviterebbero nel futuro di perpetuare squilibri, ovvero di avere città come Milano dove il cittadino può scegliere tra molti operatori che si appoggiano a diverse reti, con velocità fino al gigabit al secondo, e piccoli comuni o periferie, che si trovano del tutto scoperte o con connessioni ridicole al di sotto del megabit/s.

TELECOM: ACQUISIZIONE METROWEB INTERVENGANO ANTITRUST E CONSOB – UNICA SOLUZIONE A NOSTRO RITARDO BANDA LARGA SCORPORO DELLA RETE TELECOM

“Telecom Italia invece di impegnare le sue risorse nell’acquisire società già presenti in aree altamente remunerative come Milano, faccia gli investimenti necessari per adeguare la sua infrastruttura che è la più antiquata d’Europa.” Ciò è quanto dichiarano i membri del M5S della IX Commissione della Camera dei deputati, a seguito della notizia del mandato, assegnato ieri dal Cda di Telecom Italia al suo AD Marco Patuano.Tale mandato è volto a formalizzare un’offerta per rilevare il 54 per cento di Metroweb, la società della rete meneghina detenuta da F2i il cui azionista principale è Cassa Depositi e Prestiti.Tale iniziativa sorprende e non poco. Telecom Italia è una società con 28 miliardi netti di debito, con una intera rete da modernizzare e società controllate estere, come Tim Brasil, da salvaguardare da scalate avverse. Eppure , tralasciando tutto questo, avvia un’operazione speculativa di sicuro impatto negativo sulla concorrenza in uno dei settori più strategici per la nostra economia come lo sviluppo della banda larga e ultra larga. Qualcosa non torna! Perché scalare una società che è circoscritta nell’area di Milano dove la stessa Telecom Italia è già fortemente presente? Inoltre: perché formalizzarla ora quando, proprio in questi giorni, in Parlamento è in discussione la nostra Mozione a prima firma Paolo Nicolò Romano, sulla separazione societaria della infrastruttura della rete di telecomunicazione e la definizione del relativo modello di governance? Una Mozione che, se approvata, risolverebbe alla radice il problema del digital divide nel nostro Paese. Infatti lo scorporo dell’infrastruttura della rete di telecomunicazioni, mediante la costituzione di una società della rete a maggioranza pubblica, consentirebbe, attraverso un’unica regia, sia di ottimizzare gli investimenti pubblici e privati necessari a raggiungere gli obiettivi dell’Agenda Digitale Europea, sia di realizzare l’equivalence of input, ossia la parità di trattamento di tutti gli operatori del mercato, attualmente di difficile realizzazione come attestato dalla recente sentenza del TAR del Lazio del maggio scorso. Ricordiamo che con questa sentenza Telecom Italia, l’incubement nazionale, è stata condannata per abuso di posizione dominante. Le anomalie di questa proposta di acquisizione di Metroweb da parte di Telecom Italia sono molteplici. “Per questo chiediamo l’immediato intervento dell’Antitrust e della Consob in modo da fare chiarezza su tutta la vicenda poiché per il suo azzardo e per la minaccia arrecata ad un sana e leale competizione nelle telecomunicazioni fisse, potrebbe rappresentare un precedente pericoloso.” così concludono i Membri M5S della sopracitata Commissione.

Asti – 14 novembre 2014 – Evento dedicato all’uso di internet

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La sicurezza su internet sarà l’argomento che animerà la serata. Interverranno e risponderanno alle vostre numerose domande: il deputato Paolo Nicolò Romano e l’eurodeputata Tiziana Beghin. Parteciperanno all’evento anche i consiglieri pentastellati: per la regione Paolo Mighetti e in rappresentanza del comune di Asti, Gabriele Zangirolami e Davide Giargia.

Non mancate, vi aspettiamo numerosi!

Per chi non potesse raggiungerci al Palazzo della Provincia di Asti, potrà seguirci in streaming seguendo questo link:

https://www.youtube.com/watch?v=g2vum8GoXno

Una rete Pubblica per lo sviluppo del paese

Il mio intervento in aula del 10/11/2014 per illustrare la mozione a mia prima firma che propone la creazione di una rete pubblica scorporando l’attuale rete di Telecom Italia.

Deputato Presidente, deputati colleghi, esponente del Governo,

nell’ultimo decennio, l’uso di internet ha raggiunto dimensioni tali che, la disponibilità di connessioni veloci e superveloci per un Paese è ormai una precondizione essenziale per la sua crescita economica e sociale.

Numerosi sono gli studi di autorevoli istituzioni internazionali, quali: OCSE – Banca Mondiale – Unesco, che evidenziano come gli investimenti in banda larga, abbiano effetti diretti e indiretti sulla crescita complessiva dei sistemi economici e sociali.

La Banca Mondiale, quantifica che una variazione di 10 punti percentuali della penetrazione della banda larga, possa generare una crescita del PIL dell’1,2% nei paesi sviluppati.

In virtù di queste considerazioni, la Commissione Europea, nell’ambito dell’Agenda Digitale, ha fissato una serie di target, per stimolare i Paesi membri alla realizzazione di nuove infrastrutture di telecomunicazione, ponendo l’obiettivo di conseguire entro il 2020, una copertura totale della connessione a 30 Mega bit per secondo (Mbps) e, per almeno il 50% della popolazione, di 100 Mbps.
Anche in Italia, numerosi sono gli studi volti a misurare l’impatto economico degli investimenti nella banda larga e ultra larga.

Una ricerca dell’Agcom, l’Authority preposta ad assicurare la corretta competizione degli operatori nel mercato delle telecomunicazioni, evidenzia chiaramente che, se la banda larga arrivasse al 60% delle famiglie e al 90% delle imprese, il potenziale per l’economia italiana sarebbe di un aumento del PIL, nella peggiore delle ipotesi, dell’1,2% e, nella migliore delle ipotesi addirittura del 12,2%.

Secondo questi importanti dati, è possibile constatare che, la realizzazione di reti di accesso a internet ad alta velocità, risulta allo stato attuale insoddisfacente.

Tale infrastruttura avrebbe potuto migliorare di molto le capacità di risposta del nostro Paese alla pesante crisi economica.

Come dimostrano gli indicatori sui progressi dell’Agenda digitale, siamo agli ultimi posti della classifica europea per penetrazione di banda.

L’accesso di nuova generazione, in grado di fornire almeno 30 Mbps è disponibile per il 21% della popolazione mentre la media europea si attesta al 62%.

Ma a sorprendere è la quota effettiva di connessioni ad alta velocità, pari almeno a 30 Mbps: siamo all’1% contro il 21% dei Paesi dell’Unione.

Inoltre a fine 2013, Bruxelles non ha rilevato alcuna connessione ultra-veloce, ovvero con velocità di almeno 100 Mbps.

Questi, sono i dati dell’ultimo rapporto europeo 2014 redatto dalla Unione Europea, sulla qualità della banda larga in Europa. In pratica siamo dietro a Paesi come Romania, Bulgaria o Cipro ed il gap digitale fra l’Italia ed i principali Paesi dell’Unione europea, continua ogni anno ad allargarsi.

Oltre al digital divide con l’Europa e il resto del mondo, persiste un ritardo digitale anche all’interno dei nostri confini, dove persistono intere aree ancora senza nessuna copertura. Il dato più emblematico è rappresentato da quel 45% di popolazione, che ancora non usa internet, anche perché milioni di unità abitative e produttive sono senza infrastrutture di rete. La situazione, inoltre, si presenta critica anche laddove le unità abitative e produttive sono raggiunte dalla connessione, in quanto la sua qualità è la peggiore in Europa. Secondo il rapporto Akami sullo stato di internet, del secondo trimestre 2014, l’Italia compare al 48º posto al mondo per velocità della connessione, ultimi nella graduatoria europea, poiché anche Romania, Cipro e Grecia ci superano.

Il Governo è pienamente consapevole di questa arretratezza, poiché la copertura nazionale della nostra rete infrastrutturale di telecomunicazioni è stata fotografata nel rapporto Caio, il team di esperti istituito dal precedente Governo Letta per fare luce sullo stato degli investimenti nella nostra rete.

Dal rapporto «Raggiungere gli obiettivi Europei 2020 della banda larga in Italia: prospettive e sfide», presentato il 30 gennaio 2014, si sostiene esplicitamente che l’obiettivo della totale copertura della rete con velocità a 30Mbps entro il 2020 è di impossibile realizzazione per una parte rilevante del Paese e, pertanto, si auspica, nelle conclusioni un ruolo attivo, vigile e continuo del Governo e quindi dello Stato, al fine del conseguire gli obiettivi europei, che altrimenti date le condizioni, rimarrebbero a rischio.

Posizione rafforzata dalla recente indagine conoscitiva “sulla concorrenza statica e dinamica nel mercato dei servizi di accesso e sulle prospettive di investimento nelle reti di telecomunicazioni a banda larga e ultra-larga”, realizzata congiuntamente da Antitrust-Agcom e resa pubblica due giorni fa, dove si arriva alla conclusione che per potenziare in Italia lo sviluppo delle reti fisse di nuova generazione è necessario un intervento pubblico visto che non è possibile contare sugli investimenti privati a causa degli alti costi irrecuperabili e della concorrenza che riduce ricavi e margini. Non solo! Le due Authority arrivano a sostenere che: “la realizzazione di un assetto di mercato caratterizzato dall’esistenza di un operatore di rete “puro”, non verticalmente integrato nella fornitura di servizi agli utenti finali, costituisce evidentemente lo scenario “ideale” sotto il profilo concorrenziale e più “lineare” dal punto di vista della regolamentazione.”

È di unanime condivisione che, l’inadeguatezza della nostra infrastruttura di rete rappresenta la causa principale della difficoltà del nostro Paese ad uscire da questa perdurante crisi economica e, questo è paradossale, considerando che l’Italia è stata per anni all’avanguardia nel mondo delle telecomunicazioni.

Infatti, Telecom Italia, prima della privatizzazione, era la più importante società di telecomunicazioni del mondo. Con 120.000 dipendenti solo in Italia, contava 30 partecipate estere, disponeva di un ingente ed innovativo patrimonio tecnologico e di conoscenze tali da essere stata la prima a portare sul mercato le carte prepagate.

Se non fosse stata privatizzata, sarebbe anche stata la prima in Europa a portare la fibra ottica in 20 milioni di abitazioni con il progetto «Socrate». Il suo debito, pari al 20% del fatturato, era assolutamente trascurabile. Con la privatizzazione avviata nel 1997 dal 1º Governo Prodi ad oggi, Telecom Italia è stata progressivamente depauperata delle proprie risorse umane, finanziarie e strumentali, per ripianare i cospicui debiti serviti per le sue scalate. Secondo stime di Asati, l’associazione dei piccoli azionisti di Telecom Italia, la privatizzazione è costata direttamente alla compagnia di bandiera 26 miliardi di euro, 70.000 posti di lavoro, la svendita del suo immenso patrimonio tecnologico ed immobiliare e, indirettamente, all’intero sistema Paese, costi economici e sociali inquantificabili per l’inadeguatezza della sua infrastruttura. Se oggi il nostro Paese ha una enorme difficoltà ad uscire dalla crisi economica, questo è dovuto alle scelte scellerate di chi ha voluto privatizzare un assett fondamentale per la nostra sicurezza e per il nostro sviluppo economico! Quanto successo a Telecom Italia grida vendetta! Come M5S abbiamo presentato una proposta di legge per istituire una Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla privatizzazione di Telecom Italia, perché vogliamo fare luce sulle responsabilità politiche ed imprenditoriali di uno degli scandali più vergognosi della nostra storia repubblicana. Vogliamo fare luce su quanti si sono arricchiti nel corso degli anni con la sua privatizzazione a debito, drenando miliardi di euro di risorse, svendendo il suo notevole patrimonio tecnologico ed immobiliare, indebitando enormemente l’azienda, causandone il suo depauperamento, e privandola così delle risorse economiche indispensabili per gli investimenti e per mantenere i necessari livelli occupazionali, ridotti ad appena 50 mila dipendenti a fronte di società omologhe europee che ne hanno almeno il doppio. Noi vogliamo che i responsabili politici ed imprenditoriali paghino per queste scelte dissennate! Per questo a nome di tutto il gruppo parlamentare del M5S esprimo pubblicamente la piena solidarietà a Maurizio Matteo Decina, giovane dirigente di Telecom Italia, che ha avuto il coraggio di denunciare questa scandalosa truffa a danno del Paese, scrivendo un libro dal significativo titolo “Goodbye Telecom” che si è visto costretto a ritirare per non incorrere in un lungo contenzioso legale contro Marco Tronchetti Provera, che ha chiesto un risarcimento danno monstre di 10 milioni di euro.

Questa è una vergogna! Pensavamo di essere in un Paese libero e invece siamo tornati alla censura! Ci sono alcuni temi tabù nel nostro Paese! Guai a scrivere sulla privatizzazione di Telecom Italia: scattano denunce milionarie! Noi del M5S non ci facciamo intimidire! Vogliamo vederci chiaro su chi ha causato lo scempio di Telecom Italia a danno dell’intero Paese. Vogliamo sapere: perché attualmente Telecom Italia è ancora gravata di un indebitamento netto pari a 28 miliardi di euro; perché gli investimenti finora assicurati da Telecom Italia si sono dimostrati insufficienti per garantire il raggiungimento degli obiettivi previsti dall’Agenda digitale europea; perché è stata consentita la presenza nel suo azionariato di gruppi stranieri concorrenti come Telefonica, la compagnia telefonica iberica, diretta concorrente sui mercati internazionali della stessa Telecom Italia. Si sapeva da anni che le strategie commerciali di Telefonica erano antitetiche a quelle di Telecom Italia, eppure, le si è concesso di prendere il controllo di fatto di una società strategica come Telecom Italia, a danno di assett remunerativi come Tim Brazil e Telecom Argentina che gli spagnoli hanno fatto di tutto per liberarsene. Ci chiediamo cosa succederebbe se in una compagnia spagnola o francese, come nel caso della subentrante Vivendi, dovessero esserci delle scalate nel capitale di gruppi finanziari arabi o cinesi? Non sono indiscrezioni di stampa quelle che circolano in merito ad un interessamento di Fondi arabi sulla nostra rete di telecomunicazioni. Il fatto stesso che circolano queste voci sono la dimostrazione lampante dell’incapacità dell’attuale assetto societario di garantire non solo politiche industriali efficaci, ma anche la stessa sicurezza della rete e delle informazioni che vi transitano. Internet è uno strumento indispensabile per la libertà di un popolo, perché consente l’espressione dei cittadini, l’accesso alle informazioni, alla istruzione, alla formazione, alla cultura e, non solo, speriamo presto, anche l’accesso ai servizi sanitari, fiscali, amministrativi e giudiziari. Internet è un fattore decisivo ai fini dello sviluppo e della crescita economica del Paese, poiché la quasi totalità della nostra economia si fonda sull’utilizzo della rete. Per queste ragioni economiche e di sicurezza nazionale occorre agire immediatamente per un ritorno della nostra infrastruttura di telecomunicazione in mano pubblica, attraverso lo scorporo ovvero la societarizzazione della rete, in modo da garantire sia gli investimenti necessari a raggiungere gli obiettivi dell’agenda digitale che l’equivalence of input, la parità di trattamento di tutti gli operatori del mercato, attualmente di difficile realizzazione come ha attestato la recente sentenza del Tar del Lazio dell’8 maggio 2014, che ha confermato la condanna a Telecom Italia per abuso di posizione dominante.
Lo scorporo, ovvero la separazione societaria della rete non contrasta con la Costituzione e la normativa nazionale ed europea. Non contrasta in primis con l’articolo 41 della Costituzione che pur stabilendo che «l’iniziativa economica privata è libera» questa non «può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.» Principio di utilità sociale rafforzato dall’articolo 43 della Costituzione che stabilisce che: «ai fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.» La nostra rete di telecomunicazioni, che possiede caratteristiche di monopolio naturale, è una risorsa strategica per il nostro Paese, poiché garantisce quei servizi pubblici essenziali e di enorme interesse generale, quali la libertà di comunicazione, l’accesso alla conoscenza, la competitività e la crescita economica delle imprese, che sono costituzionalmente sanciti.

Anche in ambito comunitario, non si evincono preclusioni alla separazione e ripubblicizzazione ex lege dell’infrastruttura di rete, in quanto l’articolo 36 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea, sancisce la tutela e il rispetto dell’accesso ai servizi di interesse economico generale, la cui individuazione rinvia alle legislazioni e prassi nazionali.

Inoltre, nell’ambito dei servizi di interesse economico generale, l’articolo 14 del Trattato che istituisce la Comunità europea, limita la regola della concorrenza preservando aree di intervento in via esclusiva dei poteri pubblici attraverso strumenti normativi, anche necessari ed urgenti come i decreti-legge.

L’articolo 86, paragrafo 2, del trattato della Comunità europea invece, sancisce che i servizi d’interesse generale sono sottoposti «alle norme di concorrenza, nei limiti in cui l’applicazione di tali norme non osti all’adempimento, in linea di diritto e di fatto, della specifica missione loro affidata» mentre, la neutralità rispetto al regime di proprietà, pubblica o privata delle imprese è sancito dall’articolo 295 del trattato CE.

Per quanto riguarda la normativa nazionale, lo Stato dispone di poteri speciali esercitabili dal Governo, cosiddetti golden power, stabiliti con decreto-legge n. 21 del 2012 recante «norme in materia di poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonché per le attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni». Questi poteri speciali, emanati recentemente dal Governo con i decreti attuativi, pubblicati nella Gazzetta Ufficiale del 6 giugno 2014, consistono nella possibilità di far valere il veto dell’Esecutivo alle delibere, agli atti e alle operazioni concernenti asset strategici, qualora essi diano luogo a minaccia di grave pregiudizio per gli interessi pubblici, relativi alla sicurezza e al funzionamento delle reti e degli impianti e alla continuità degli approvvigionamenti, ivi compresi le reti e gli impianti necessari ad assicurare l’approvvigionamento minimo e l’operatività dei servizi pubblici essenziali.

Inoltre, esiste anche la possibilità per l’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni, di procedere ai sensi dell’articolo 50-bis del Codice delle comunicazioni elettroniche, alla separazione funzionale involontaria, imponendo alle imprese verticalmente integrate, nel caso specifico Telecom Italia, la collocazione delle attività relative alla fornitura all’ingrosso di prodotti di accesso in un’entità commerciale operante in modo indipendente, questo se è dimostrata l’incapacità della stessa di garantire una efficace concorrenza, oppure una fornitura all’ingrosso di detti prodotti di accesso.

Ho già citato la recente sentenza del Tar del Lazio dell’8 maggio 2014 che condanna Telecom Italia per abuso di posizione dominante.
La separazione societaria della rete di accesso, oltre che rafforzare l’assetto concorrenziale del mercato a vantaggio dei cittadini, appare una precondizione per consentire l’ingresso di nuovi capitali nella costituenda società, in grado di sostenere gli investimenti necessari per l’ammodernamento della rete ed il passaggio alla fibra ottica, in linea con gli obiettivi fissati nell’Agenda digitale europea.

Per tale ragione, con la presente Mozione chiediamo al Governo di: provvedere, ricorrendo ad iniziative normative d’urgenza, al necessario e urgente scorporo, ovvero alla separazione societaria, della infrastruttura della rete di telecomunicazione mediante la costituzione di una società della rete a maggioranza pubblica;
a consentire nella nuova società l’ingresso anche di privati, in primis gli altri operatori di telecomunicazioni (OLO), favorendo la costituzione di una rete unica pubblico-privata, in modo da centralizzare la governance con una regia unica, che ottimizzi gli investimenti, evitando così sovrapposizioni e aree scoperte, in quanto non remunerative, e che garantisca tempi certi di realizzazione.

Chiediamo un modello di governance della nuova società della rete del tipo public company, in cui, oltre a riservare la maggioranza del capitale allo Stato, sia garantita un’adeguata rappresentanza nel CdA di dipendenti e azionisti di minoranza, così da attuare concretamente quanto sancito agli artt. 46 e 47 della nostra Carta Costituzionale, sulla partecipazione dei lavoratori nella gestione dell’impresa, e sull’azionariato diffuso che erano, tra l’altro, anche nelle intenzioni originarie del legislatore, nella iniziale privatizzazione di Telecom Italia. Sappiamo come è andata a finire.

Con la nostra Mozione chiediamo, inoltre, al Governo di assicurare la presentazione di un piano industriale indirizzato ad un più rapido sviluppo delle reti in fibra di nuova generazione, coerentemente con gli obiettivi posti dall’Agenzia Digitale Europea, anche attraverso l’integrazione degli assett in fibra ottica e rame già di proprietà di enti locali, enti governativi e partecipate.
Infine, aspetto che riteniamo centrale, chiediamo un impegno del Governo alla piena tutela e valorizzazione dell’occupazione e del patrimonio di conoscenze e competenze di Telecom Italia. Su questo punto vorrei soffermarmi maggiormente. Nemmeno un posto di lavoro si dovrà perdere dallo scorporo della Rete Telecom! La componente lavoro ha già pagato un prezzo altissimo dalla sua scellerata privatizzazione. Ripubblicizzando un asset fondamentale per il nostro Paese, l’occupazione in Telecom Italia non solo non diminuirà, ma aumenterà portandola ai livelli degli altri partner europei, perché sarà eliminata alla radice la logica speculativa sottesa ai licenziamenti di massa di questi ultimi anni e, saranno avviati quei massicci investimenti pubblici necessari al raggiungimento dei traguardi europei. Ci sono studi che dimostrano in maniera inoppugnabile, che lo scorporo della rete Telecom farebbe bene innanzitutto ai lavoratori della stessa Telecom Italia. Ipotizzando lo scenario di un investimento minimo di 3 miliardi di euro. Questa somma sarebbe sufficiente a finanziare un numero di unità in larga banda, pari a circa 7 milioni di linee, circa un terzo delle abitazioni italiane. Si stima che questo genererebbe un fabbisogno occupazionale pari a 41.000 unità di lavoro in un orizzonte temporale di 10 anni. Si tratta di nuovi posti di lavoro per la realizzazione e gestione della rete, compresa la componentistica elettronica. Questa è l’occupazione generata direttamente dal progetto o che è riferibile agli investimenti e alla gestione della rete. A questo tipo di occupazione bisogna aggiungere quella derivante dall’incremento del PIL per effetto della nuova rete. Come ho detto in apertura del mio intervento, secondo le maggiori istituzioni internazionali, tra cui la Banca Mondiale, un 10% di penetrazione della larga banda ha un impatto sul PIL pari all’1,2%. Sommando i due impatti occupazionali, quello diretto del progetto e quello dovuto all’incremento del PIL, si avrebbero una media di 250.000 unità di lavoro per 10 anni. È più che presumibile, che una parte di questo fabbisogno vada a compensare possibili esuberi causati dallo scorporo e, che una buona parte si possa considerare come nuova occupazione. Quindi i lavoratori di Telecom Italia non devono avere nulla da temere dallo scorporo della rete, perché questa farebbe fare quel salto di qualità ad una azienda ormai decotta, con la realizzazione di nuovi investimenti e la promozione di nuovi servizi. Oltre all’implementazione e gestione della rete, i livelli occupazionali di Telecom Italia sarebbero mantenuti con piani di finanziamento, controllo e realizzazione di nuovi servizi innovativi nei mercati emergenti, come la telemedicina, teleassistenza, domotica, videosorveglianza, teledidattica, applicazioni di logistica, infomobilità ecc. che avrebbero anche delle enormi ricadute economiche e sociali.

Concludo nel dire che, è arrivato da parte del Governo, il momento di rompere gli indugi. Da quello che si apprende dalla stampa, esiste un dossier sullo scorporo delle rete Telecom. Mostrateci le carte! Dimostrateci che la rete Telecom non sia parte degli accordi segreti tra Renzi e Berlusconi, come alcuni commentatori sostengono, essendo note le ambizioni di Mediaset su Telecom Italia.

Il Paese non può più attendere iniziative di forte rilancio e sviluppo della nostra economia. Per questo chiedo al Governo e a quest’Aula il pieno appoggio alla nostra Mozione per la separazione societaria della infrastruttura della rete di telecomunicazione.

Grazie

 

rete pubblica

 

La rete: una grande infrastruttura per ricominciare

 

C’era una volta Telecom.
120000 dipendenti solo nel nostro Paese.
30 partecipate estere.
Tecnologia all’avanguardia.
Ed un progetto ambizioso: essere la prima rete al mondo in fibra ottica (progetto Socrate).
Poi la privatizzazione. Ed il suo “spolpamento”.
Ci apprestiamo a discutere la mozione sullo “scorporo” della rete Telecom.
Ormai è un fatto accertato che internet è uno strumento d’importanza fondamentale per la crescita economica di ogni paese . La rete è quindi una risorsa strategica per il Nostro Paese e per la sua crescita economica. Per questo è naturale che sia il Paese e, di conseguenza i suoi organi preposti, a dover garantire investimenti e a potenziare l’infrastruttura della telecomunicazione in modo da poter offrire a tutti libertà di comunicazione, competitività e crescita in ogni settore.

A questo link il testo completo della mozione.

TELECOM: Ritiro libro “Goodbye Telecom” di Maurizio Matteo Dècina

Dalle colonne del Sole 24 Ore questa mattina abbiamo appreso con stupore del ritiro del libro “Goodbye Telecom da parte dell’editore (Lit Edizioni srl) e dell’autore (Maurizio Matteo Decina) in seguito ad una citazione giudiziaria avviata da Marco Tronchetti Provera, il quale ha contestato la ricostruzione contenuta nel libro, con particolare riferimento alla sua gestione Telecom del 2001-2007, ritenendola lesiva della sua reputazione ed immagine.

La cosa ci ha sorpreso molto dal momento che, come Movimento 5 Stelle, lo scorso 12 Novembre 2013 abbiamo presentato il libro in questione alla Camera dei Deputati  alla presenza di parlamentari, docenti universitari, ex dirigenti Telecom ed esponenti del mondo dell’associazionismo, i quali hanno ritenuto coerente e attendibile la ricostruzione della privatizzazione di una azienda strategica qual è Telecom Italia nel nostro Paese.

A questa notizia abbiamo subito contattato l’autore, il quale ci ha informato della richiesta monstre da parte di Tronchetti Provera: 10 milioni di euro di risarcimento danni. Si! Avete letto bene! 10 milioni di euro!
È evidente l’intento intimidatorio di tale spropositata richiesta che spaventerebbe chiunque, figuriamoci un piccolo editore e un giovane autore. La cosa che continua a stupirci è come, ancora oggi, il Tronchetto dell’infelicità continui così pervicacemente a speculare su Telecom Italia dopo averla spremuta come un limone durante i suoi pochi ma devastanti anni di Presidenza.

Nessuno dimentica la contestata vicenda della dismissione del suo enorme patrimonio immobiliare, che da Telecom Italia è confluito in fondi partecipati da Pirelli Real Estate, e il letale e sistematico processo di indebitamento, compresa l’Opa sulle azioni TIM di circa 15 miliardi, che ha pregiudicato l’equilibrio finanziario dell’azienda mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro. Per non parlare del capitolo sullo spionaggio illegale.
Adesso Tronchetti vuole continuare a spillare soldi su Telecom anche con i libri che ne parlano. Alla faccia della libertà di stampa del nostro Paese! Pensavamo fossero terminati i tempi in cui si mettevano all’indice i libri. Questo è un ennesimo brutto segnale per il Paese.

Ora abbiamo alcune domande che ci ronzano in testa:

perché, caro Tronchetti, hai paura di un libro, quando la tua dissennata gestione è stata oggetto di numerosi studi, tesi di laurea, inchieste giornalistiche ed interrogazioni parlamentari ?

Perché minacciare un giovane autore e una piccola casa editrice per un libro che racconta cosa già note e di dominio pubblico?
Forse ti ha dato fastidio che il libro sia stato presentato alla Camera dei deputati dal Gruppo Parlamentare del Movimento 5 Stelle?
Forse temi che il M5S, prossimo alla maggioranza del Paese, proceda all’istituzione di una Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla privatizzazione di Telecom Italia, in modo da accertare le tue responsabilità e quelle dei politici che ti hanno sostenuto?

Per parte nostra esprimiamo piena solidarietà a Maurizio Matteo Decina e al suo editore, Lit Edizioni srl, e confermiamo il nostro impegno a batterci per fare luce sul più colossale scandalo finanziario del nostro Paese: la privatizzazione di Telecom Italia, che ha compromesso non solo un’azienda sana ma anche la competitività e lo sviluppo economico dell’intero sistema Paese per l’inadeguatezza della nostra infrastruttura di telecomunicazione.

 

 

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Attenzione Renzi ci tassa i cellulari!

renzi al telefono

Oggi in commissione telecomunicazioni abbiamo discusso della tanto contestata tassa di concessione governativa (TCG) sui telefoni cellulari.

Se passerà questa norma “vergogna” gli italiani continueranno a pagare un’imposta annua di 62 euro per il solo fatto di possedere un cellulare e se sei un imprenditore l’imposta lievita a 155 euro. Alla faccia della promessa di riduzione delle tasse sbandierata dal nuovo Esecutivo.

Il Governo Renzi e la sua maggioranza ha dato il parere favorevole a questa norma volta a condizionare la decisione della Suprema Corte di Cassazione in merito alla legittimità della tassa di concessione governativa sui telefoni cellulari.

La norma interpretativa da me contestata in commissione equipara il cellulare, anche se loro lo chiamano “apparecchiatura terminale per il servizio radiomobile terrestre di comunicazione” alle stazioni radioelettriche su cui si applica la tassa.
Adesso che si deve esprimere il massimo organo della magistratura, dopo anni di accese contese,  il Governo Renzi in maniera del tutto arbitraria e scorretta interviene con una norma interpretativa per condizionarne l’esito.

Nemmeno Berlusconi è arrivato a tanto!

Inoltre nella relazione non mi convincono le cifre dell’eventuale ammanco, infatti il Governo stima 8 miliardi mentre la sezione tributaria della Corte di Cassazione parla di 3 miliardi e mezzo.

Questa tassa crea anche una differenza incomprensibile tra chi usa il cellulare con contratti post-pagati, che è soggetto al pagamento, mentre chi preferisce i contratti pre-pagati è esente, visto che gli utenti fanno uso del medesimo strumento, non capisco il motivo di questa differenza, non sarebbe meglio eliminarla a entrambi? Come peraltro il governo si era impegnato a fare approvando un ordine del giorno al Senato, che prevedeva appunto l’abrogazione di questa contestata e tanto odiata tassa!