EyePiramid: cyber spionaggio o cyber ignoranza?

Tutta questa vicenda mi sembra quasi una parodia di una storia di spionaggio.
Infatti, se andiamo ad analizzare quello che è successo, si tratta più di un caso di cyber ignoranza che di Cyber Spionaggio, il tutto ingigantito a sua volta dall’ignoranza dei media.
Infatti, mi chiedo come sia possibile che apparecchiature informatiche, appartenenti a esponenti di vertice delle nostre istituzioni, siano state infettate da un malware risalente addirittura al 2011, che si è propagato tramite un file eseguibile allegato alle mail.
Questa è la classica situazione che qualsiasi software antivirus dovrebbe riconoscere all’istante, ma non solo i software, basta infatti un minimo di conoscenza informatica per capire che quel allegato non andrebbe mai aperto.
Tutto questo lo dico, non per difendere o sminuire il caso Occhionero, ma per dare il giusto peso a questa vicenda.
Ora mi domando, ma se due improbabili personaggi, come i fratelli Occhionero, sono riusciti indisturbati e con estrema facilità a spiare i computer di importanti personalità pubbliche del nostro Paese. Cosa potrebbero fare i ben più esperti hacker di stato russi, cinesi o di qualche altro paese a noi concorrente? Che strumenti abbiamo per difenderci?
Abbiamo il “Cert Nazionale Italia”, che dovrebbe coordinare o offrire servizi di sicurezza cibernetica a tutte le realtà pubbliche e private, che attualmente ha un organico di appena dieci persone.
Poi c’è il “Cert PA” della Pubblica Amministrazione, che dovrebbe garantire la sicurezza degli Enti statali e locali che però è messo persino peggio, funzionando solo “in orario d’ufficio”, come se gli hacker riposassero la notte o si astenessero dalle intrusioni nei weekend.
Il loro organico è di due funzionari e tre tecnici precari.
I nostri militari sono messi un po’ meglio, ma siamo ancora ben lontani da paesi come la Germania che ha stanziato un miliardo di euro e impiega ben 13.500 soldati con il compito di proteggere Enti statali e società private. In Italia tra civili e militari non arriviamo a quaranta addetti e per di più nemmeno a tempo pieno.
Ad aggravare ulteriormente la situazione, bisogna dire che siamo l’unico Paese al mondo, ad aver privatizzato l’infrastruttura di rete, e il signor ministro che oggi è qui a parlarci di cyber sicurezza, è uno degli artefici di questo scempio!
Infatti, da sottosegretario del governo D’Alema, bloccò il Ministero delle Finanze dall’esercitare la golden share, per impedire la scalata a debito della principale rete di telecomunicazioni del nostro Paese!

Concludo ricordando che il M5S ha più volte proposto di:

  • Chiedere che la cyber sicurezza fosse trattata in occasione dei vertici internazionali del G7 di Taormina e del G20 di luglio in Germania;
  • Velocizzare l’entrata in vigore della “strategia nazionale sulla sicurezza della rete e dei sistemi informativi” che ci chiede l’Europa con la direttiva NIS;
  • Istituire un’unica cabina di regia della cyber sicurezza che si occupi di coordinare le risposte e gli interventi per la sicurezza informatica in caso d’incidenti;
  • Avviare continue esercitazioni a tutti i livello dello Stato che oggi sono una rarità, il “Cert PA” prevede un’esercitazione l’anno, mentre il “Cert Italia” addirittura una ogni due anni.
    Procedere alla modernizzazione dei server di proprietà pubblica. Su 896 data center analizzati, il 40% non ha neppure il “certificato di agibilità fisica”;
  • Vietare l’acquisto di computer e componentistica da Paesi non sicuri che possono inviarci macchine già “compromesse”, favorendo negli acquisti le nostre aziende produttrici;
  • Riprendere il controllo delll’infrastruttura di rete, da cui passano tutte le informazioni sensibili e quindi anche i cyber attacchi;
  • Non limitarci solo alla difesa ma, quando occorre, attaccare i computer da dove hanno origine le intrusioni;
  • Lavorare per una maggiore alfabetizzazione digitale, chiunque usi un computer dovrebbe essere in grado di riconoscere un banale malware come quello usato da Occhionero.

Ma forse è volere troppo da un Governo che non riesce a tutelare i confini materiali, figuriamoci quelli immateriali del web.

Asti – 14 novembre 2014 – Evento dedicato all’uso di internet

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La sicurezza su internet sarà l’argomento che animerà la serata. Interverranno e risponderanno alle vostre numerose domande: il deputato Paolo Nicolò Romano e l’eurodeputata Tiziana Beghin. Parteciperanno all’evento anche i consiglieri pentastellati: per la regione Paolo Mighetti e in rappresentanza del comune di Asti, Gabriele Zangirolami e Davide Giargia.

Non mancate, vi aspettiamo numerosi!

Per chi non potesse raggiungerci al Palazzo della Provincia di Asti, potrà seguirci in streaming seguendo questo link:

https://www.youtube.com/watch?v=g2vum8GoXno

Una rete Pubblica per lo sviluppo del paese

Il mio intervento in aula del 10/11/2014 per illustrare la mozione a mia prima firma che propone la creazione di una rete pubblica scorporando l’attuale rete di Telecom Italia.

Deputato Presidente, deputati colleghi, esponente del Governo,

nell’ultimo decennio, l’uso di internet ha raggiunto dimensioni tali che, la disponibilità di connessioni veloci e superveloci per un Paese è ormai una precondizione essenziale per la sua crescita economica e sociale.

Numerosi sono gli studi di autorevoli istituzioni internazionali, quali: OCSE – Banca Mondiale – Unesco, che evidenziano come gli investimenti in banda larga, abbiano effetti diretti e indiretti sulla crescita complessiva dei sistemi economici e sociali.

La Banca Mondiale, quantifica che una variazione di 10 punti percentuali della penetrazione della banda larga, possa generare una crescita del PIL dell’1,2% nei paesi sviluppati.

In virtù di queste considerazioni, la Commissione Europea, nell’ambito dell’Agenda Digitale, ha fissato una serie di target, per stimolare i Paesi membri alla realizzazione di nuove infrastrutture di telecomunicazione, ponendo l’obiettivo di conseguire entro il 2020, una copertura totale della connessione a 30 Mega bit per secondo (Mbps) e, per almeno il 50% della popolazione, di 100 Mbps.
Anche in Italia, numerosi sono gli studi volti a misurare l’impatto economico degli investimenti nella banda larga e ultra larga.

Una ricerca dell’Agcom, l’Authority preposta ad assicurare la corretta competizione degli operatori nel mercato delle telecomunicazioni, evidenzia chiaramente che, se la banda larga arrivasse al 60% delle famiglie e al 90% delle imprese, il potenziale per l’economia italiana sarebbe di un aumento del PIL, nella peggiore delle ipotesi, dell’1,2% e, nella migliore delle ipotesi addirittura del 12,2%.

Secondo questi importanti dati, è possibile constatare che, la realizzazione di reti di accesso a internet ad alta velocità, risulta allo stato attuale insoddisfacente.

Tale infrastruttura avrebbe potuto migliorare di molto le capacità di risposta del nostro Paese alla pesante crisi economica.

Come dimostrano gli indicatori sui progressi dell’Agenda digitale, siamo agli ultimi posti della classifica europea per penetrazione di banda.

L’accesso di nuova generazione, in grado di fornire almeno 30 Mbps è disponibile per il 21% della popolazione mentre la media europea si attesta al 62%.

Ma a sorprendere è la quota effettiva di connessioni ad alta velocità, pari almeno a 30 Mbps: siamo all’1% contro il 21% dei Paesi dell’Unione.

Inoltre a fine 2013, Bruxelles non ha rilevato alcuna connessione ultra-veloce, ovvero con velocità di almeno 100 Mbps.

Questi, sono i dati dell’ultimo rapporto europeo 2014 redatto dalla Unione Europea, sulla qualità della banda larga in Europa. In pratica siamo dietro a Paesi come Romania, Bulgaria o Cipro ed il gap digitale fra l’Italia ed i principali Paesi dell’Unione europea, continua ogni anno ad allargarsi.

Oltre al digital divide con l’Europa e il resto del mondo, persiste un ritardo digitale anche all’interno dei nostri confini, dove persistono intere aree ancora senza nessuna copertura. Il dato più emblematico è rappresentato da quel 45% di popolazione, che ancora non usa internet, anche perché milioni di unità abitative e produttive sono senza infrastrutture di rete. La situazione, inoltre, si presenta critica anche laddove le unità abitative e produttive sono raggiunte dalla connessione, in quanto la sua qualità è la peggiore in Europa. Secondo il rapporto Akami sullo stato di internet, del secondo trimestre 2014, l’Italia compare al 48º posto al mondo per velocità della connessione, ultimi nella graduatoria europea, poiché anche Romania, Cipro e Grecia ci superano.

Il Governo è pienamente consapevole di questa arretratezza, poiché la copertura nazionale della nostra rete infrastrutturale di telecomunicazioni è stata fotografata nel rapporto Caio, il team di esperti istituito dal precedente Governo Letta per fare luce sullo stato degli investimenti nella nostra rete.

Dal rapporto «Raggiungere gli obiettivi Europei 2020 della banda larga in Italia: prospettive e sfide», presentato il 30 gennaio 2014, si sostiene esplicitamente che l’obiettivo della totale copertura della rete con velocità a 30Mbps entro il 2020 è di impossibile realizzazione per una parte rilevante del Paese e, pertanto, si auspica, nelle conclusioni un ruolo attivo, vigile e continuo del Governo e quindi dello Stato, al fine del conseguire gli obiettivi europei, che altrimenti date le condizioni, rimarrebbero a rischio.

Posizione rafforzata dalla recente indagine conoscitiva “sulla concorrenza statica e dinamica nel mercato dei servizi di accesso e sulle prospettive di investimento nelle reti di telecomunicazioni a banda larga e ultra-larga”, realizzata congiuntamente da Antitrust-Agcom e resa pubblica due giorni fa, dove si arriva alla conclusione che per potenziare in Italia lo sviluppo delle reti fisse di nuova generazione è necessario un intervento pubblico visto che non è possibile contare sugli investimenti privati a causa degli alti costi irrecuperabili e della concorrenza che riduce ricavi e margini. Non solo! Le due Authority arrivano a sostenere che: “la realizzazione di un assetto di mercato caratterizzato dall’esistenza di un operatore di rete “puro”, non verticalmente integrato nella fornitura di servizi agli utenti finali, costituisce evidentemente lo scenario “ideale” sotto il profilo concorrenziale e più “lineare” dal punto di vista della regolamentazione.”

È di unanime condivisione che, l’inadeguatezza della nostra infrastruttura di rete rappresenta la causa principale della difficoltà del nostro Paese ad uscire da questa perdurante crisi economica e, questo è paradossale, considerando che l’Italia è stata per anni all’avanguardia nel mondo delle telecomunicazioni.

Infatti, Telecom Italia, prima della privatizzazione, era la più importante società di telecomunicazioni del mondo. Con 120.000 dipendenti solo in Italia, contava 30 partecipate estere, disponeva di un ingente ed innovativo patrimonio tecnologico e di conoscenze tali da essere stata la prima a portare sul mercato le carte prepagate.

Se non fosse stata privatizzata, sarebbe anche stata la prima in Europa a portare la fibra ottica in 20 milioni di abitazioni con il progetto «Socrate». Il suo debito, pari al 20% del fatturato, era assolutamente trascurabile. Con la privatizzazione avviata nel 1997 dal 1º Governo Prodi ad oggi, Telecom Italia è stata progressivamente depauperata delle proprie risorse umane, finanziarie e strumentali, per ripianare i cospicui debiti serviti per le sue scalate. Secondo stime di Asati, l’associazione dei piccoli azionisti di Telecom Italia, la privatizzazione è costata direttamente alla compagnia di bandiera 26 miliardi di euro, 70.000 posti di lavoro, la svendita del suo immenso patrimonio tecnologico ed immobiliare e, indirettamente, all’intero sistema Paese, costi economici e sociali inquantificabili per l’inadeguatezza della sua infrastruttura. Se oggi il nostro Paese ha una enorme difficoltà ad uscire dalla crisi economica, questo è dovuto alle scelte scellerate di chi ha voluto privatizzare un assett fondamentale per la nostra sicurezza e per il nostro sviluppo economico! Quanto successo a Telecom Italia grida vendetta! Come M5S abbiamo presentato una proposta di legge per istituire una Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla privatizzazione di Telecom Italia, perché vogliamo fare luce sulle responsabilità politiche ed imprenditoriali di uno degli scandali più vergognosi della nostra storia repubblicana. Vogliamo fare luce su quanti si sono arricchiti nel corso degli anni con la sua privatizzazione a debito, drenando miliardi di euro di risorse, svendendo il suo notevole patrimonio tecnologico ed immobiliare, indebitando enormemente l’azienda, causandone il suo depauperamento, e privandola così delle risorse economiche indispensabili per gli investimenti e per mantenere i necessari livelli occupazionali, ridotti ad appena 50 mila dipendenti a fronte di società omologhe europee che ne hanno almeno il doppio. Noi vogliamo che i responsabili politici ed imprenditoriali paghino per queste scelte dissennate! Per questo a nome di tutto il gruppo parlamentare del M5S esprimo pubblicamente la piena solidarietà a Maurizio Matteo Decina, giovane dirigente di Telecom Italia, che ha avuto il coraggio di denunciare questa scandalosa truffa a danno del Paese, scrivendo un libro dal significativo titolo “Goodbye Telecom” che si è visto costretto a ritirare per non incorrere in un lungo contenzioso legale contro Marco Tronchetti Provera, che ha chiesto un risarcimento danno monstre di 10 milioni di euro.

Questa è una vergogna! Pensavamo di essere in un Paese libero e invece siamo tornati alla censura! Ci sono alcuni temi tabù nel nostro Paese! Guai a scrivere sulla privatizzazione di Telecom Italia: scattano denunce milionarie! Noi del M5S non ci facciamo intimidire! Vogliamo vederci chiaro su chi ha causato lo scempio di Telecom Italia a danno dell’intero Paese. Vogliamo sapere: perché attualmente Telecom Italia è ancora gravata di un indebitamento netto pari a 28 miliardi di euro; perché gli investimenti finora assicurati da Telecom Italia si sono dimostrati insufficienti per garantire il raggiungimento degli obiettivi previsti dall’Agenda digitale europea; perché è stata consentita la presenza nel suo azionariato di gruppi stranieri concorrenti come Telefonica, la compagnia telefonica iberica, diretta concorrente sui mercati internazionali della stessa Telecom Italia. Si sapeva da anni che le strategie commerciali di Telefonica erano antitetiche a quelle di Telecom Italia, eppure, le si è concesso di prendere il controllo di fatto di una società strategica come Telecom Italia, a danno di assett remunerativi come Tim Brazil e Telecom Argentina che gli spagnoli hanno fatto di tutto per liberarsene. Ci chiediamo cosa succederebbe se in una compagnia spagnola o francese, come nel caso della subentrante Vivendi, dovessero esserci delle scalate nel capitale di gruppi finanziari arabi o cinesi? Non sono indiscrezioni di stampa quelle che circolano in merito ad un interessamento di Fondi arabi sulla nostra rete di telecomunicazioni. Il fatto stesso che circolano queste voci sono la dimostrazione lampante dell’incapacità dell’attuale assetto societario di garantire non solo politiche industriali efficaci, ma anche la stessa sicurezza della rete e delle informazioni che vi transitano. Internet è uno strumento indispensabile per la libertà di un popolo, perché consente l’espressione dei cittadini, l’accesso alle informazioni, alla istruzione, alla formazione, alla cultura e, non solo, speriamo presto, anche l’accesso ai servizi sanitari, fiscali, amministrativi e giudiziari. Internet è un fattore decisivo ai fini dello sviluppo e della crescita economica del Paese, poiché la quasi totalità della nostra economia si fonda sull’utilizzo della rete. Per queste ragioni economiche e di sicurezza nazionale occorre agire immediatamente per un ritorno della nostra infrastruttura di telecomunicazione in mano pubblica, attraverso lo scorporo ovvero la societarizzazione della rete, in modo da garantire sia gli investimenti necessari a raggiungere gli obiettivi dell’agenda digitale che l’equivalence of input, la parità di trattamento di tutti gli operatori del mercato, attualmente di difficile realizzazione come ha attestato la recente sentenza del Tar del Lazio dell’8 maggio 2014, che ha confermato la condanna a Telecom Italia per abuso di posizione dominante.
Lo scorporo, ovvero la separazione societaria della rete non contrasta con la Costituzione e la normativa nazionale ed europea. Non contrasta in primis con l’articolo 41 della Costituzione che pur stabilendo che «l’iniziativa economica privata è libera» questa non «può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.» Principio di utilità sociale rafforzato dall’articolo 43 della Costituzione che stabilisce che: «ai fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.» La nostra rete di telecomunicazioni, che possiede caratteristiche di monopolio naturale, è una risorsa strategica per il nostro Paese, poiché garantisce quei servizi pubblici essenziali e di enorme interesse generale, quali la libertà di comunicazione, l’accesso alla conoscenza, la competitività e la crescita economica delle imprese, che sono costituzionalmente sanciti.

Anche in ambito comunitario, non si evincono preclusioni alla separazione e ripubblicizzazione ex lege dell’infrastruttura di rete, in quanto l’articolo 36 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea, sancisce la tutela e il rispetto dell’accesso ai servizi di interesse economico generale, la cui individuazione rinvia alle legislazioni e prassi nazionali.

Inoltre, nell’ambito dei servizi di interesse economico generale, l’articolo 14 del Trattato che istituisce la Comunità europea, limita la regola della concorrenza preservando aree di intervento in via esclusiva dei poteri pubblici attraverso strumenti normativi, anche necessari ed urgenti come i decreti-legge.

L’articolo 86, paragrafo 2, del trattato della Comunità europea invece, sancisce che i servizi d’interesse generale sono sottoposti «alle norme di concorrenza, nei limiti in cui l’applicazione di tali norme non osti all’adempimento, in linea di diritto e di fatto, della specifica missione loro affidata» mentre, la neutralità rispetto al regime di proprietà, pubblica o privata delle imprese è sancito dall’articolo 295 del trattato CE.

Per quanto riguarda la normativa nazionale, lo Stato dispone di poteri speciali esercitabili dal Governo, cosiddetti golden power, stabiliti con decreto-legge n. 21 del 2012 recante «norme in materia di poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonché per le attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni». Questi poteri speciali, emanati recentemente dal Governo con i decreti attuativi, pubblicati nella Gazzetta Ufficiale del 6 giugno 2014, consistono nella possibilità di far valere il veto dell’Esecutivo alle delibere, agli atti e alle operazioni concernenti asset strategici, qualora essi diano luogo a minaccia di grave pregiudizio per gli interessi pubblici, relativi alla sicurezza e al funzionamento delle reti e degli impianti e alla continuità degli approvvigionamenti, ivi compresi le reti e gli impianti necessari ad assicurare l’approvvigionamento minimo e l’operatività dei servizi pubblici essenziali.

Inoltre, esiste anche la possibilità per l’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni, di procedere ai sensi dell’articolo 50-bis del Codice delle comunicazioni elettroniche, alla separazione funzionale involontaria, imponendo alle imprese verticalmente integrate, nel caso specifico Telecom Italia, la collocazione delle attività relative alla fornitura all’ingrosso di prodotti di accesso in un’entità commerciale operante in modo indipendente, questo se è dimostrata l’incapacità della stessa di garantire una efficace concorrenza, oppure una fornitura all’ingrosso di detti prodotti di accesso.

Ho già citato la recente sentenza del Tar del Lazio dell’8 maggio 2014 che condanna Telecom Italia per abuso di posizione dominante.
La separazione societaria della rete di accesso, oltre che rafforzare l’assetto concorrenziale del mercato a vantaggio dei cittadini, appare una precondizione per consentire l’ingresso di nuovi capitali nella costituenda società, in grado di sostenere gli investimenti necessari per l’ammodernamento della rete ed il passaggio alla fibra ottica, in linea con gli obiettivi fissati nell’Agenda digitale europea.

Per tale ragione, con la presente Mozione chiediamo al Governo di: provvedere, ricorrendo ad iniziative normative d’urgenza, al necessario e urgente scorporo, ovvero alla separazione societaria, della infrastruttura della rete di telecomunicazione mediante la costituzione di una società della rete a maggioranza pubblica;
a consentire nella nuova società l’ingresso anche di privati, in primis gli altri operatori di telecomunicazioni (OLO), favorendo la costituzione di una rete unica pubblico-privata, in modo da centralizzare la governance con una regia unica, che ottimizzi gli investimenti, evitando così sovrapposizioni e aree scoperte, in quanto non remunerative, e che garantisca tempi certi di realizzazione.

Chiediamo un modello di governance della nuova società della rete del tipo public company, in cui, oltre a riservare la maggioranza del capitale allo Stato, sia garantita un’adeguata rappresentanza nel CdA di dipendenti e azionisti di minoranza, così da attuare concretamente quanto sancito agli artt. 46 e 47 della nostra Carta Costituzionale, sulla partecipazione dei lavoratori nella gestione dell’impresa, e sull’azionariato diffuso che erano, tra l’altro, anche nelle intenzioni originarie del legislatore, nella iniziale privatizzazione di Telecom Italia. Sappiamo come è andata a finire.

Con la nostra Mozione chiediamo, inoltre, al Governo di assicurare la presentazione di un piano industriale indirizzato ad un più rapido sviluppo delle reti in fibra di nuova generazione, coerentemente con gli obiettivi posti dall’Agenzia Digitale Europea, anche attraverso l’integrazione degli assett in fibra ottica e rame già di proprietà di enti locali, enti governativi e partecipate.
Infine, aspetto che riteniamo centrale, chiediamo un impegno del Governo alla piena tutela e valorizzazione dell’occupazione e del patrimonio di conoscenze e competenze di Telecom Italia. Su questo punto vorrei soffermarmi maggiormente. Nemmeno un posto di lavoro si dovrà perdere dallo scorporo della Rete Telecom! La componente lavoro ha già pagato un prezzo altissimo dalla sua scellerata privatizzazione. Ripubblicizzando un asset fondamentale per il nostro Paese, l’occupazione in Telecom Italia non solo non diminuirà, ma aumenterà portandola ai livelli degli altri partner europei, perché sarà eliminata alla radice la logica speculativa sottesa ai licenziamenti di massa di questi ultimi anni e, saranno avviati quei massicci investimenti pubblici necessari al raggiungimento dei traguardi europei. Ci sono studi che dimostrano in maniera inoppugnabile, che lo scorporo della rete Telecom farebbe bene innanzitutto ai lavoratori della stessa Telecom Italia. Ipotizzando lo scenario di un investimento minimo di 3 miliardi di euro. Questa somma sarebbe sufficiente a finanziare un numero di unità in larga banda, pari a circa 7 milioni di linee, circa un terzo delle abitazioni italiane. Si stima che questo genererebbe un fabbisogno occupazionale pari a 41.000 unità di lavoro in un orizzonte temporale di 10 anni. Si tratta di nuovi posti di lavoro per la realizzazione e gestione della rete, compresa la componentistica elettronica. Questa è l’occupazione generata direttamente dal progetto o che è riferibile agli investimenti e alla gestione della rete. A questo tipo di occupazione bisogna aggiungere quella derivante dall’incremento del PIL per effetto della nuova rete. Come ho detto in apertura del mio intervento, secondo le maggiori istituzioni internazionali, tra cui la Banca Mondiale, un 10% di penetrazione della larga banda ha un impatto sul PIL pari all’1,2%. Sommando i due impatti occupazionali, quello diretto del progetto e quello dovuto all’incremento del PIL, si avrebbero una media di 250.000 unità di lavoro per 10 anni. È più che presumibile, che una parte di questo fabbisogno vada a compensare possibili esuberi causati dallo scorporo e, che una buona parte si possa considerare come nuova occupazione. Quindi i lavoratori di Telecom Italia non devono avere nulla da temere dallo scorporo della rete, perché questa farebbe fare quel salto di qualità ad una azienda ormai decotta, con la realizzazione di nuovi investimenti e la promozione di nuovi servizi. Oltre all’implementazione e gestione della rete, i livelli occupazionali di Telecom Italia sarebbero mantenuti con piani di finanziamento, controllo e realizzazione di nuovi servizi innovativi nei mercati emergenti, come la telemedicina, teleassistenza, domotica, videosorveglianza, teledidattica, applicazioni di logistica, infomobilità ecc. che avrebbero anche delle enormi ricadute economiche e sociali.

Concludo nel dire che, è arrivato da parte del Governo, il momento di rompere gli indugi. Da quello che si apprende dalla stampa, esiste un dossier sullo scorporo delle rete Telecom. Mostrateci le carte! Dimostrateci che la rete Telecom non sia parte degli accordi segreti tra Renzi e Berlusconi, come alcuni commentatori sostengono, essendo note le ambizioni di Mediaset su Telecom Italia.

Il Paese non può più attendere iniziative di forte rilancio e sviluppo della nostra economia. Per questo chiedo al Governo e a quest’Aula il pieno appoggio alla nostra Mozione per la separazione societaria della infrastruttura della rete di telecomunicazione.

Grazie

 

rete pubblica

 

Attenzione Renzi ci tassa i cellulari!

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Oggi in commissione telecomunicazioni abbiamo discusso della tanto contestata tassa di concessione governativa (TCG) sui telefoni cellulari.

Se passerà questa norma “vergogna” gli italiani continueranno a pagare un’imposta annua di 62 euro per il solo fatto di possedere un cellulare e se sei un imprenditore l’imposta lievita a 155 euro. Alla faccia della promessa di riduzione delle tasse sbandierata dal nuovo Esecutivo.

Il Governo Renzi e la sua maggioranza ha dato il parere favorevole a questa norma volta a condizionare la decisione della Suprema Corte di Cassazione in merito alla legittimità della tassa di concessione governativa sui telefoni cellulari.

La norma interpretativa da me contestata in commissione equipara il cellulare, anche se loro lo chiamano “apparecchiatura terminale per il servizio radiomobile terrestre di comunicazione” alle stazioni radioelettriche su cui si applica la tassa.
Adesso che si deve esprimere il massimo organo della magistratura, dopo anni di accese contese,  il Governo Renzi in maniera del tutto arbitraria e scorretta interviene con una norma interpretativa per condizionarne l’esito.

Nemmeno Berlusconi è arrivato a tanto!

Inoltre nella relazione non mi convincono le cifre dell’eventuale ammanco, infatti il Governo stima 8 miliardi mentre la sezione tributaria della Corte di Cassazione parla di 3 miliardi e mezzo.

Questa tassa crea anche una differenza incomprensibile tra chi usa il cellulare con contratti post-pagati, che è soggetto al pagamento, mentre chi preferisce i contratti pre-pagati è esente, visto che gli utenti fanno uso del medesimo strumento, non capisco il motivo di questa differenza, non sarebbe meglio eliminarla a entrambi? Come peraltro il governo si era impegnato a fare approvando un ordine del giorno al Senato, che prevedeva appunto l’abrogazione di questa contestata e tanto odiata tassa!

I miei emendamenti al DL destinazione Italia

Ho presentato un emendamento all’articolo 6 che mira a modificare il decreto Balduzzi che attualmente impone il divieto a tutti i pubblici esercizi di mettere a disposizione dei clienti apparecchiature come computer o tablet connessi a internet, segnalazione che mi è arrivata da Gina la Piadina, piadineria astigiana che recentemente si è vista multare e sequestrare gli iPad che erano stati messi a disposizione dei clienti, nonostante  fosse stato disattivato il browser per non permettere la navigazione sul WEB, caso che ora si è risolto con un lieto fine in quanto la multa è stata annullate e gli iPad dissequestrati.

IMG_2824Purtroppo rimane il divieto imposto dal decreto Balduzzi, che era stato pensato per contrastare la ludopatia, principio condivisibile, ma questa norma è eccessiva. Basta vietare esclusivamente che si utilizzino tali apparecchiature per giocare d’azzardo; in questo modo il gestore non sarà sanzionato perché ha messo a disposizione dei suoi clienti computer e tablet.

Inoltre sempre l’articolo 6 prevede di destinare alle piccole e medie imprese 10.000€ per la digitalizzazione,  però c’è una grande differenza tra piccole e medie imprese, difatti per medie si intendendo quelle che vanno dai 50 ai 250 impiegati e che quasi sicuramente sono già sufficientemente digitalizzate, mentre le micro o piccole imprese potrebbero non disporre neanche di un accesso a internet, per cui  ho proposto di limitare questo bonus solamente alle micro e piccole imprese. L’effetto del bonus per la digitalizzazione su quest’ultime avrebbe sicuramente un impatto più tangibile, pensiamo ad esempio al piccolo artigiano che grazie a questo incentivo investe sul web e in questo modo potrebbe iniziare a vendere i suoi prodotti made in Italy anche all’estero.
Sempre all’articolo 6 ho anche proposto un emendamento affinché si possa controllare come le imprese spenderanno il contributo.

Un altro articolo oggetto di miei emendamenti è l’art. 13: esso prevede che la copertura degli oneri per lo svolgimento dei servizi di navigazione aerea, pari a 28 milioni di euro per il 2014 , sia a carico dell’ENAV, invece che alle compagnie aeree. Questa decisione riscontra la nostra più totale contrarietà, in quanto non è accettabile che a farsi carico di un obbligo, che normalmente è in capo al datore di lavoro, sia un altro ente quale l’ENAV. Per di più, l’ENAV è oggetto di una procedura di privatizzazione, infatti qualora dovesse farsi carico di questo “costo”, il bilancio della società rischierebbe di passare in passivo, con una conseguente riduzione del valore di mercato della stessa: un regalo ad investitori privati già interessati a comprare ENAV? È dunque nostra intenzione assicurarci che non sia ENAV a dover sostenere questi costi, per questo motivo ho proposto di sopprimere il comma 20.

Sempre all’articolo 13 ho presentato un altro emendamento che mira a garantire ai dipendenti italiani delle compagnie aeree internazionali, le stesse garanzie contrattuali che hanno i dipendenti assunti dalle compagnie italiane. Quindi la mia proposta è di obbligare i vettori esteri ad assumere la residenza fiscale in Italia, così sarebbero obbligati ad assumere personale nel rispetto del contratto collettivo nazionale del lavoro.

Innovazione digitale? Non in Italia!

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Era ottobre 2013 lo chief manager di Google Eric Schmidt durante l’evento Big Tent “Made in Italy: la sfida digitale” organizzato a Roma dichiarava: “Il sistema economico italiano, seppur penalizzato da un ritardo tecnologico, ha tutte le caratteristiche per risultare vincente su Internet, però il Governo dovrà garantire la banda larga veloce ovunque, questa deve essere una priorità dello Stato” e continuava : “L’Italia è straordinaria nel mondo, se questa straordinarietà riusciamo a portarla online, un piccolo pezzettino per volta, ne deriverà un grande contributo alla crescita del Paese. E noi siamo qui per fare la nostra parte!
Facendo intendere chiaramente che BigG era pronta a investire nel nostro paese se solo gli avessero dato delle garanzie sugli investimenti nella banda larga.

La risposta italiana qual’è stata?

Come molto spesso succede siamo andati “leggermente” contro tendenza.
Sul fronte della banda larga oltre a non dare nessuna certezza, ci stiamo facendo sottrarre dalla spagnola Telefonica la nostra principale azienda di telecomunicazioni senza batter ciglio.
Ieri al senato è stata nuovamente fatta slittare la votazione sull’emendamento presentato dal Sen. Mucchetti (PD) riguardante la riforma dell’OPA, che potrebbe sottrarre Telecom dalle grinfie degli spagnoli, ai quali è abbastanza evidente che mancano le risorse finanziarie e non hanno interesse allo sviluppo della rete italiana.
Mentre succede questo al Senato alla Camera l’On. Francesco Boccia (PD) presenta in commissione bilancio un emendamento definito “Web-tax” che mina ulteriormente le iniziative imprenditoriali sul web in Italia.
Questo emendamento costruito su un’idea del WEB che non esiste se non in Cina o paesi autoritari, con scarsi risultati anche lì, con l’ultima versione limita e complica moltissimo la sponsorizzazione dei prodotti italiani e scoraggia gli investitori stranieri.

Come se non bastasse si sta già pensando alla tassa che imporrà balzelli sugli smartphone, sui tablet e sui pc, oltre ad aver escluso l’editoria elettronica dalle incentivazioni per l’editoria.

Se Eric Schmidt si aspettava un segnale da parte del Governo italiano glielo abbiamo dato forte e chiaro, l’Italia vuole rimanere un piccolo mondo antico che non vuole investire sul WEB e le nuove tecnologie.

Maggioranza contro la diffusione di internet e lo sviluppo delle PMI

Oggi è stato bocciato il  mio ordine del giorno che andava incontro alle esigenze dei molti, troppi comuni ancora non raggiunti dalla banda larga favorendo lo sviluppo dei piccoli operatori delle telecomunicazioni, che attualmente sono fortemente svantaggiati dal regime dei contributi, questi oneri sono fissati avendo come base di riferimento la dimensione della popolazione interessata dall’offerta di fornitura di reti pubbliche di telecomunicazioni o del servizio telefonico accessibile al pubblico, non tenendo in nessuna considerazione le dimensioni dell’impresa e il numero dei suoi utenti.

In pratica, in base all’attuale legge, un operatore in grado di stendere e attivare la fibra ottica deve versare 27.500 euro all’anno se opera in un centro sotto i 200.000 abitanti, 55.000 euro se la città supera i 200.000 abitanti e 110.000 euro all’anno se l’operatore è attivo su tutto il territorio nazionale.

Questo comporta che i piccoli operatori, quelli che potrebbero andare a coprire le cosiddette zone “buie”, dove la scarsa clientela non interessa i grandi carrier nazionali, sono tagliati fuori, perché impossibilitati ad affrontare oneri amministrativi così gravosi.

Accolta la nostra proposta di liberazione del WI-FI

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Oggi è stato riformulato l’art. 10 del decreto del fare accogliendo in pieno le richieste del mio emendamento che poneva rimedio al danno che altrimenti si sarebbe creato alla liberalizzazione del wi-fi nel nostro Paese.

L’articolo 10, prevede che quanti offrono accessi a Internet tramite wi-fi -esempio bar, ristoranti, alberghi non debbano più identificare i clienti che utilizzano la connessione.

Mentre è stato eliminato come proposto dal mio emendamento, l’obbligo per il gestore di tracciare l’accesso alla rete attraverso la rilevazione del  MAC Address, che essendo riconducibile ai dati personali dell’utente, ai sensi della Direttiva europea sulla riservatezza e del Codice privacy, è comunque una identificazione dei clienti.
Inoltre come qualsiasi persona con un minimo di competenze informatiche sa il MAC Address non solo rinviano agli utenti utilizzatori ma sono facilmente falsificabili e, quindi, chi voleva connettersi per delinquere certamente non lo avrebbe fatto utilizzando i propri dati personali.
Inoltre è  stato stralciato l’obbligo che voleva imporre ai gestori di assegnare temporaneamente un indirizzo IP e a mantenere un registro informatico dell’associazione temporanea di tale IP al MC address.
Questo non solo era tecnicamente gravoso per le imprese, perché avrebbero dovuto installare e gestire un server apposito (“syslog“), ma oggettivamente era improponibile, perché quando gli utenti si connettono a una rete wi-fi, ricevono normalmente un IP della rete interna che non consente la tracciabilità del collegamento; quindi per renderlo tracciabile occorreva obbligare il gestore a fornire un IP pubblico, che però nel mondo sono praticamente esauriti.

Excel intestazione e pié di pagina

Una funzione molto utile in Excel, è quella di poter stampare un suo foglio di lavoro con l’intestazione corrispondente al nome del foglio stesso: ovvero se il foglio di lavoro si chiama ,ad es., “Gennaio“, vado su “Visualizza” -> “Intestazione e pié di pagina” e nell’omonimo menu a discesa imposto la voce ‘Gennaio‘.Però, sull’ipotetico foglio “Febbraio” non accade altrettanto e quindi occorrerebbe effettuare identica operazione, e così via per tutti gli altri.

Esiste però un metodo più veloce per impostare una intestazione di pagina a tutti i fogli di lavoro presenti in una cartella.

Selezioniamo a questo scopo tutti i fogli delle cartelle, poi andiamo su “Visualizza” -> “Intestazione e pié di pagina” e scegliamo il nome corrispondente al foglio di lavoro.

Questa intestazione non sarà visibile nel foglio stesso, ma comparirà solo in anteprima di stampa.

Creare pulsanti animati con Adobe Photoshop per creare un menu per il vostro video usando Adobe Encore DVD

Oggi un trucco dettagliatissimo su come creare pulsanti animati con Adobe Photoshop per creare un menu per il vostro video usando Adobe Encore DVD.
Con Adobe Photoshop CS2 create un nuovo file immagine con le dimensioni che deve avere il vostro menu, aggiungete uno sfondo e un titolo adatti al menu.
Disegneremo ora il primo pulsante, poi lo duplicheremo per creare tutti gli altri pulsanti necessari (noi ci limiteremo a tre).

  1. Create un nuovo gruppo di livelli e assegnategli un nome che comincia con (+), in modo che Encorelo riconosca come un pulsante.
  2. All’interno del gruppo, create un nuovo livello, non importa quale sarà il suo nome.
  3. Per prima cosa dobbiamo disegnare la cornice del pulsante, all’interno della quale si vedrà la miniatura del filmato. Selezionate lo strumento Custom Shape tool che si trova insieme allo strumento Rectangle.
  4. Sulla barra di Photoshop, premete il pulsante Fill pixels.
  5. Fate clic sulla piccola freccia posto accanto a Shape. Appare un nuovo menu. In alto a destra c’è un piccolo pulsante rotondo con una freccia. Apritelo e scegliete All.
  6. Photoshop vi chiede se volete cambiare il set di forme attualmente in uso. Confermate.
  7. Individuate, tra le forme che avete a disposizione, una forma adatta a fare da cornice alla miniatura del filmato.
  8. Nella casella degli strumenti, aprite il campione per il colore di primo piano (Set foreground color) e scegliete il colore con cui volete disegnare la cornice.
  9. Nell’ultimo livello che avete creato disegnate la cornice del pulsante: cercate di darle le stesse proporzioni del video che deve contenere.
  10. Nella palette Layer, fate clic col tasto destro del mouse sul livello che contiene la cornice e, dal relativo menu contestuale, scegliete Duplicate layer.
  11. Photoshop vi chiederà che nome volete assegnare al livello copia. Chiamatelo (=): questo livello ospiterà la sottoimmagine ossia l’immagine che verrà visualizzata quando il mouse passa su questo pulsante.
  12. Nel livello della sottoimmagine ora è presente una cornice identica a quella del livello normale. Le cambieremo colore. Come avete fatto al punto 8, scegliete il colore che volete usare per la sottoimmagine. Noi abbiamo scelto un rosso.
  13. Sulla casella degli strumenti selezionate Paint Bucket.
  14. Fate sulla cornice, badando ad avere selezionato il livello della sottoimmagine che cambierà colore.
  15. Rendete invisibile il livello con la sottoimmagine.
  16. Sempre all’interno del gruppo di livelli che rappresenta il primo pulsante aggiungete un nuovo livello.
  17. Fate doppio clic sul suo nome e chiamatelo (%): Encore identifica i livelli che hanno questo nome come miniature.
  18. Sulla barra degli strumenti prendete lo strumento Rectangle che dovrebbe essere nascosto sotto lo strumento Custom Shape tool.
  19. Con un colore a vostra scelta disegnate, sul livello della miniatra, un rettangolo grande quanto la cornice: sarà il segnaposto per la miniatura.
  20. Fate clic sulla freccettina posta accanto al nome del gruppo di livelli: il gruppo si chiude e livelli che contiene non sono più visibili.
  21. Nella palette Layer, fate clic col tasto destro del mouse sul gruppo che rappresenta il primo pulsante e, dal relativo menu contestuale, scegliete Duplicate group.
  22. Rinominate il gruppo copia con un nome che comincia con (+).
  23. Selezionate lo strumento Move nella paletta Layer, fate clic sul gruppo copia, poi spostatevi sull’immagine e trascinate il pulante nel punto che preferite.
  24. Fate tante copie quanti sono i pulsanti che vi occorrono.
  25. Salvate il file in formato pds.
  26. Importate questo file in Encore DVD e usatelo come menu. Definite i vari capitoli del video: le loro miniature compariranno nei pulsanti che abbiamo creato.